Il parquet: la pavimentazione accogliente e versatile

Il parquet: la pavimentazione accogliente e versatile Il parquet è da sempre una delle soluzioni di flooring più scelte per arredare sia gli ambienti di casa che quelli di lavoro, grazie al fatto che crea un’atmosfera elegante e senza tempo e all’ampia scelta di finiture ed essenze disponibili in commercio. Il legno di cui è composto il parquet lo rende una pavimentazione delicata, e per questo motivo necessita di cure e attenzioni speciali, soprattutto quando si tratta di pulirlo e di disinfettarlo. In generale, dato che è realizzato con materiali naturali, il parquet non si pulisce come le normali pavimentazioni in ceramica, pertanto non si possono usare i comuni detersivi a base di ammoniaca, candeggina o altri prodotti chimici. La pulizia e la disinfezione del parquet prevedono l’utilizzo di prodotti appositi, con accorgimenti specifici nel caso in cui il parquet sia verniciato, oliato o cerato. In tutti i casi, è sempre meglio utilizzare detergenti neutri. Lavaggio e pulizia del parquet Prima di lavare il parquet è necessario rimuovere la polvere. Per farlo, è bene utilizzare dei panni in microfibra o elettrostatici, oppure un aspirapolvere o una scopa elettrica che abbia le apposite spazzole con setole morbide e antigraffio. Si può poi lavare il parquet utilizzando un panno imbevuto in poca acqua con sapone neutro, e poi strizzato, oppure le apposite lavasciuga. Per preservare la qualità del legno ed evitare di rovinarlo, è consigliabile passare il panno seguendo la direzione di posa del parquet e le venature del legno, ed evitare che si accumuli umidità lasciando arieggiare la stanza. Se si desidera utilizzare detergenti naturali, si può optare per una miscela composta da un litro di olio di oliva e mezzo limone spremuto, oppure una miscela composta da acqua e aceto, da spruzzare sul legno e poi asciugare. Come si disinfetta il parquet? La soluzione ideale per eliminare germi e batteri dal parquet consiste in un composto di acqua e alcol da applicare su un panno e non direttamente sulla superficie, per evitare di rovinarla. In alternativa, si possono utilizzare degli oli essenziali dalle proprietà antibatteriche come il tea tree, sono molto indicati quelli alla menta, al cedro, al bergamotto e alla lavanda. In questo caso, sarà sufficiente diluire poche gocce nell’acqua e il parquet apparirà disinfettato e profumato allo stesso tempo. Come si puliscono i parquet oliati e cerati? Se il parquet è oliato o cerato è meglio non usare l’aspirapolvere per non rischiare di rimuovere lo strato protettivo. Per rimuovere la polvere e pulirlo è raccomandabile utilizzare un prodotto specifico e un panno di microfibra che conservi la oliatura e che non danneggi il legno. In particolare, nel caso del parquet rivestito con cera, è necessario rinnovare la ceratura almeno una volta al mese. In questo caso, si possono usare le apposite monospazzole e il disco con la rete sottile per rimuovere delicatamente lo strato di cera. Prima di rinnovare l’applicazione della cera è utile spolverare. In alternativa alla cera, che potrebbe lasciare uno strato appiccicoso soprattutto se applicato troppo frequentemente, si può ricorrere all’uso di oli essenziali che, diluiti con l’acqua, profumano e nutrono il legno. Come togliere i segni dal parquet nelle fiere? In situazioni di estremo calpestio come un congresso o una fiera di settore, se doveste scegliere di optare per il parquet, dovreste assicurarvi di acquistare un prefinito poiché risulta facile e veloce da posare e smontare. Ancora meglio se waterproof, in modo che se dovesse sporcarsi o graffiarsi sarebbe più facile da pulire. Infatti, nel caso in cui si volesse riparare un danno si potrebbe utilizzare della carta vetrata con diverse sgranature unita a olio di gomito, carteggiare delicatamente il pavimento seguendo le venature del legno e andare a togliere la parte superficiale. Infine, passando un panno inumidito con l’acquaragia sulla zona trattata, il graffio sparirà. Se invece i graffi fossero più distesi, è consigliabile passare una levigatrice per levigare tutta la parte interessata. Questa operazione renderà opaco il vostro parquet e lo priverà della sua lucidezza togliendo così tutti i graffi in superficie. Alla fine di questo passaggio, sarà possibile stendere della cera liquida sul pavimento, lasciarla agire e infine lucidare per ottenere il massimo risultato. Nell’eventualità di dover far ricorso ad altri lavori di cantieristica nei locali con rivestimenti in legno, è consigliabile proteggere il parquet coprendolo con materiale traspirante di spessore morbido, non appiccicoso, affinché i lavori non causino graffi, sporco e contusioni sulla superficie prefinita del pavimento.
Mobilità sostenibile: 41 miliardi di euro per potenziarla

Mobilità sostenibile: il rapporto di Kyoto Club e Transport&Environment A 5 anni dall’Accordo di Parigi per limitare il riscaldamento globale, il Kyoto Club e Transport&Environment ha stilato un Piano di Ripresa e Resilienza per la mobilità sostenibile in Italia. Il rapporto propone un investimento di oltre 41 miliardi di euro da destinare a mobilità urbana e regionale, elettrificazione dei trasporti e transizione ecologica dell’industria automotive. L’investimento è circa il 20% dei fondi stanziati a livello europeo per il Recovery Plan italiano da NGEU, Next Generation EU. Questo strumento prevede, tra prestiti e sovvenzioni, fondi di 209 miliardi di euro volti a contrastare la grave crisi economica generata dalla pandemia da Covid-19. PNNR: le critiche del Kyoto Club e Transport&Environment Tra le critiche mosse alle Linee Guida del Recovery Plan vi è il fatto che sono state previste soprattutto le grandi opere, come la costruzione di nuove autostrade e investimenti nelle ferrovie, e che non sono stati presi in considerazione i cambiamenti climatici, le politiche di mobilità urbana, le linee locali regionali, il potenziamento delle reti verso il Sud Italia. Le proposte di Kyoto Club e Transport&Environment In base al rapporto presentato l’11 dicembre scorso, il Kyoto Club e Transport&Environment propone di destinare 41.5 miliardi di euro con le seguenti proporzioni: €29,7 mld per mobilità urbana e regionale €7,95 mld per elettrificazione €3,5 mld per messa in sicurezza delle infrastrutture stradali In particolare, il rapporto consiglia politiche mirate per favorire la mobilità elettrica in Italia: gli studi indicano infatti che il settore mobilità e infrastrutture nel nostro paese ancora oggi produce, come nel 1990, il 26% delle emissioni di anidride carbonica, per un totale di 108 milioni di tonnellate. L’obiettivo è di ridurle fino al 90% nei prossimi tre anni. Priorità: trasporti locali e città vivibili L’obiettivo del rapporto presentato da Kyoto Club e Transport&Environment è rendere le città più vivibili, e avviare in Italia la green and just transition prevista dagli accordi di Parigi del settore trasporti. È importante inoltre aumentare la sicurezza negli spostamenti dei cittadini e puntare sulla mobilità regionale e urbana con la realizzazione di infrastrutture per il trasporto collettivo e il miglioramento degli spazi urbani per ciclisti, pedoni e auto. Il rapporto propone il potenziamento di autobus elettrici e la condivisione di auto elettriche e la consegna di merci a emissioni zero. Tra gli obiettivi del rapporto vi è inoltre la destinazione di una parte delle risorse del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) alla sicurezza stradale e al raggiungimento dell’obiettivo di zero morti sulle strade.
L’automazione cambia le professioni del prossimo futuro

Automazione e AI: come cambia il mondo del lavoro? L’automazione industriale e l’Intelligenza Artificiale stanno modificando il mondo del recruitment e le competenze richieste per entrare nel mondo del lavoro. Gli studi confermano che da un lato vi sarà una richiesta di nuove professioni, e dall’altro molte occupazioni non saranno più richieste. In particolare, aumenteranno le richieste di competenze specifiche e verticali: da oggi fino al 2022 saranno necessari in Italia 2.5 milioni di nuovi occupati, sia nel settore dei dipendenti che in quello dei liberi professionisti. Le competenze richieste ai professionisti del futuro comprendono sia quelle tecniche, in particolare legate al digitale, che quelle umane, legate alla personalità e all’intelligenza emotiva. L’importanza delle soft skills In un mercato sempre più dominato dalle tecnologie digitali, la formazione continua è fondamentale, ma diventano molto importanti anche le cosiddette “Soft Skills”: competenze trasversali come l’empatia, il personal branding, la curiosità , la capacità di ascoltare, la capacità di creare reti, e di interagire con gli altri in modo efficace. Le soft skills sono ancora più necessarie nel mercato del lavoro futuro dominato dalla trasformazione digitale, perché è necessaria una trasformazione culturale in azienda per poter accogliere quella digitale. Per questo motivo saranno molto richieste, e inserite nel processo di recruitment, capacità di negoziare, di relazionarsi, e di guidare i cambiamenti all’interno delle aziende. Le Tech disruptive skills La vera novità per le professioni del futuro riguarda però le tech disruptive skills, competenze digitali molto avanzate, e molto richieste per chi si occupa di Intelligenza Artificiale e Automazione. Queste competenze permettono di creare e utilizzare tecnologie che cambiano i modelli di business e il mercato in modo duraturo. Tra i settori principali: robotica, automazione, cybersecurity, Data Science. Quali sono i settori trainanti per le professioni più richieste? La pandemia da Coronavirus e la conseguente crisi economica che ne è derivata hanno determinato un cambiamento nelle competenze richieste. Gli studi indicano che circa il 30% delle nuove professioni è legato alla rivoluzione digitale e all’economia circolare. Saranno quindi sempre più richiesti esperti di Intelligenza Artificiale e di sicurezza informatica, sia in settori nuovi come il cloud computing, sia in settori tradizionali che si sono dovuti trasformare, come banche e assicurazioni: tra le professioni più richieste vi saranno infatti il private banker e il Data Protection Officer. Il settore sanitario, già in crescita nel 2019, ha creato la necessità di professionisti per la cura della persona a domicilio, ma anche di professionisti della Care Economy in generale: istruttori di fitness e di yoga, fisioterapisti e professionisti che trascrivono i referti medici registrati.
PMI e digitalizzazione: ancora lontani da una diffusione soddisfacente

Imprese e ICT: l’indagine dell’ISTAT tra giugno e agosto 2020 I risultati dell’indagine ISTAT cha ha analizzato il rapporto tra le imprese italiane con almeno 10 dipendenti e l’ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) rileva ottime performance per le grandi imprese, più basse per le PMI. L’indagine ha misurato il livello di digitalizzazione di 20.034 aziende italiane tramite il Digital intensità index, che raggruppa 12 indicatori tecnologici. Tra gli indicatori: velocità di download della connessione almeno pari a 30 Mbit/s, internet per almeno il 50% dei dipendenti, utilizzo di software ERP, utilizzo di software CRM. I quesiti online comprendono la fatturazione elettronica, le vendite online, l’assunzione di specialisti ICT e l’analisi di big data. Digitalizzazione: le tecnologie variano in base alle dimensioni aziendali I dati dell’ISTAT indicano che l’82% delle aziende che hanno almeno 10 addetti hanno un livello basso o molto basso di adozione dell’ICT. In particolare, queste aziende hanno adottato 6 strumenti sui 12 considerati. Le PMI sono carenti dal punto di vista dell’adozione di specialisti in ICT , nell’utilizzo di servizi cloud e nella robotica. Le aziende che contano fino a 99 addetti utilizzano maggiori tecnologie, e in particolare hanno una velocità di connessione di almeno 30 Mbit/s, utilizzano sistemi di fatturazione elettronica e dispongono di un sito web con servizi specifici. Le grandi aziende invece, quelle che hanno almeno 100 addetti, hanno un livello medio alto di cloud, un’elevata presenza di dispositivi mobili e di computer e vedono la presenza di specialisti in ICT tra i propri addetti. Le PMI e l’Intelligenza Artificiale in Italia: la usano 8 imprese su 100 Big Data, robotica, chatbot: tecnologie ancora poco diffuse in Italia nelle aziende con almeno 10 addetti. L’indagine ha rivelato che nel 2020, meno del 9% di queste imprese ha utilizzato grandi quantità di informazioni ottenute tramite software specifici. I settori che ne hanno fatto l‘utilizzo principale sono quelli del trasporto e magazzinaggio, poste corrieri, e costruzioni. Dati simili per l’utilizzo di robot industriali: sono presenti in circa l’8% delle imprese, e diffusi soprattutto nella metallurgia, nelle aziende che si occupano di mezzi di trasporto e di apparecchiature elettriche. I chatbot, che automatizzano e semplificano i rapporti tra l’azienda e i clienti via internet, sono utilizzati dal 7,9% delle imprese italiane con almeno 10 addetti. Impennata delle piattaforme digitali per la ristorazione Nel 2019 è aumentata la percentuale di imprese della ristorazione e dei servizi ricettivi che hanno venduto i loro servizi tramite le piattaforme digitali. Nel 2019, infatti, il numero è salito a 99.4%& contro il 62,9 del 2018. I dati indicano inoltre che l’84,4% delle vendite via web è avvenuto su piattaforme proprie, e il 15.6% su piattaforme digitali di intermediari.
Satelliti ecosostenibili, il Giappone guarda al legno

Dal Giappone il primo satellite di legno L’università di Kyoto, in collaborazione con la Sumitomo Forestry, ha dato il via ad un progetto sperimentale volto alla realizzazione di satelliti per lo spazio in legno. Il progetto è ancora in una fase iniziale, ma il team di ricerca ha previsto il primo lancio di questo tipo di satelliti nel 2023. I progetto è nato per tentare di porre un freno alla cosiddetta spazzatura spaziale, cioè il cumulo di detriti artificiali che gravitano nell’orbita spaziale. Oltre al Giappone, anche l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, ha lanciato un progetto in collaborazione con ClearSpace, start up tedesca, per creare un robot in grado di recuperare i detriti spaziali e portarli alla distruzione grazie al contatto con l’atmosfera terrestre. I rischi della spazzatura spaziale Le stime indicano che in orbita vi sono circa seimila satelliti, di cui il 60% non più utilizzato, e che saranno lanciati almeno altri mille nei prossimi dieci anni. il problema di questi satelliti è che quando rientrano nell’atmosfera terrestre, bruciando rilasciano quantità di minuscole di allumina, che restano sospese nell’atmosfera e a lungo termine posso avere impatti negativi anche sull’inquinamento terrestre. Inoltre, i frammenti dei satelliti viaggiano a una velocità di circa 22.30000 mph e possono danneggiare gli oggetti che incontrano. Quali sono i pregi dei satelliti realizzati in legno? Anche se al momento si tratta soltanto di un prototipo, esiste già un nome: il primo satellite artificiale in legno si chiamerà LignoSat e sarà sviluppato con materiali di legno altamente resistenti alle condizioni atmosferiche a cui vanno incontro i satelliti spaziali, in particolare il lancio e l’orbita. Le immagini del design concettuale di LignoSat mostrano un involucro in legno dalle linee essenziali. Il legno è stato scelto perché è un materiale che non blocca e onde elettromagnetiche, per questo motivo un satellite in legno può ospitare dispositivo di controllo e antenne al proprio interno. Inoltre, il legno non lascia detriti nell’atmosfera perché quando entra in contatto con l’atmosfera terrestre si brucia completamente. Rispetto all’alluminio poi, il legno pesa fino a 7 volte di meno e isola dalle radiazioni cosmiche, che possono essere letali per i microcircuiti contenuti nei satelliti. Sumitomo Forestry, l’azienda giapponese che esiste dal 1691 Sumitomo Forestry fa parte di un gruppo giapponese fondato nel 1691 da un monaco buddista. Oggi l’azienda gestisce 1650 ettari di forte in Giappone e per il prototipo del primo satellite in legno sta lavorando a dei materiali di legno che resistano alle alte temperature e alla luce del sole.
Digitalizzazione Fiere ed Eventi. Numeri sempre in Crescita

Ottima panoramica del S24O sulla digitalizzazione di fieri ed eventi Questo periodo per il mondo degli eventi e delle fiere ha visto nascere nuove forme di intrattenimento e coinvolgimento dei fruitori grazie alla digitalizzazione. Il periodo attuale ha rappresentato un momento di grande difficoltà per tutto il mercato del lavoro e dei servizi, inclusi settori come le fiere e gli eventi. Quali erano i numeri dell’industria del leisure prima della pandemia? Quali sono quelli attuali? E quali sono state le innovazioni che questo settore ha visto per rispondere alle mutate esigenze degli utenti e del contesto? Fiere ed eventi, i dati Il settore dell’event industry, che include al suo interno festival, fiere, convegni e ogni sorta di evento, ha da sempre un peso rilevante per l’economia del nostro Paese e per quella globale. A confermarlo sono le elaborazioni di Oxford Economics e Astra/Adc Group: gli indotti generati da questo settore sono pari a 65,5 miliardi, mentre il giro d’affari è di 36,2 miliardi. In Italia ogni anno vengono organizzati un milione di eventi e questo ha una ricaduta significativa sul sistema occupazionale, con 569 mila addetti. Non solo: ogni anno vengono registrate complessivamente 56,4 milioni di presenze agli eventi italiani, includendo anche i turisti stranieri. Secondo le stime dell’associazione di categoria Club degli Eventi il 2019 comporterà per questo settore delle perdite attorno all’80% in confronto al 2018, con le conseguenti ricadute anche dal punto di vista occupazionale. Ci sono però degli eventi in particolare che hanno risentito di questa pandemia più degli altri. Come la musica: in base all’annuario Siae gli eventi live erano in grado di muovere da soli più di 500 milioni l’anno, mentre quest’anno si sono dovuti fermare da febbraio fino praticamente a data da destinarsi. La digitalizzazione nel settore di fiere ed eventi In questo scenario certamente non roseo e facile, il digitale è stato un grosso aiuto per l’event industry. Grandi rassegne cinematografiche e non, come la Mostra del Cinema di Venezia, la Festa di Roma, il Giffoni Film Festival, il Festivaletteratura di Mantova o il Festival dell’Economia di Trento, hanno sperimentato delle formule di evento ibride, in cui lo streaming ha rappresentato una chiave di partecipazione e fruizione dell’evento importante. Il digitale è diventato sempre di più, anche per gli eventi, un canale fondamentale per comunicare con il proprio target e mettere in pratica nuovi modi per coinvolgere emotivamente gli utenti. Quando si parla di digitalizzazione degli eventi ed eventi in streaming non si può però ricorrere all’improvvisazione. In base a quanto dichiarato da Andrea De Micheli, CEO di Casta Diva Group, una delle aziende italiane specializzate in eventi più rilevante, non è sufficiente fare una diretta sul web ma «ci vuole un vero e proprio happening per tenere viva l’attenzione del pubblico». Il digital non consente di ottenere gli stessi indotti degli eventi live, ma sicuramente rappresenterà per il futuro un importante asset per arricchire l’offerta e renderla ancora più completa e coinvolgente.
Le autopompe dei Vigili del Fuoco

L’autopompa dei Vigili del Fuoco è uno dei mezzi più usati per interventi di soccorso: ecco quali dotazioni ha a bordo e qual è la sua storia. L’utilizzo di particolari mezzi, oltre che di attrezzature speciali, permette ai Vigili del Fuoco di agire tempestivamente e in sicurezza in caso di bisogno. Fra i mezzi più utilizzati per gli interventi di soccorso c’è sicuramente l’autopompa serbatoio o A.P.S. Che cos’è e quali dotazioni ha l’autopompa dei Vigili del Fuoco? L’autopompa rappresenta un camion particolare utilizzato per il trasporto di molte attrezzature necessarie per le operazioni antincendio e di soccorso. Le dotazioni di un’autopompa a serbatoio dei Vigili del Fuoco sono rappresentate generalmente da: un serbatoio di acqua e una pompa per gli incendi; respiratori per andare nei corridoi pieni di fumo; scale per raggiungere finestre e balconi; arpioni, asce e utensili da taglio; proiettori luminosi e apparecchi di ventilazione. I veicoli sono inoltre dotati di avvisatori ottici e acustici come le sirene e le luci lampeggianti blu, gialle o rosse a seconda delle legislazioni, oltre che di attrezzature per comunicare tramite radio. A seconda poi della zona in cui ci si trovi può variare anche il modello di autopompa. Se, ad esempio, i Vigili del Fuoco delle aree metropolitane utilizzano veicoli speciali dotati di attrezzature per affrontare incidenti in presenza di materiali pericolosi o con la possibilità di erogare della schiuma, nelle zone rurali si possono usare anche veicoli fuoristrada. In base alla competenza locale poi, generalmente le autopompe dei Vigili del Fuoco vengono accompagnate anche da altri mezzi antincendio, come treni, battelli o aerei, o da unità di soccorso ausiliarie, per trasportare attrezzature di salvataggio e ulteriore personale. La cabina dell’autopompa ospita poi una squadra al completo, composta da un autista, un caposquadra, e tre vigili. Breve storia dell’autopompa dei Vigili del Fuoco L’invenzione della pompa antincendio la si deve a Ctesibius di Alessandria nel II secolo A.C.; fu però solo nel XVI secolo che questo strumento entrò a far parte della quotidianità. A Philadelphia invece fu sviluppato nel 1719 il primo vero veicolo dei pompieri, un carro dotato di pompe a mano. Nel 1730 Richard Newsham realizzò a Londra alcuni veicoli simili che ebbero un buon successo commerciale; lo stesso produttore esportò l’anno successivo questi mezzi anche a New York. La prima pompa americana venne prodotta nel 1743 da Thomas Lote. Questi primi veicoli erano conosciuti come “hand tubs”, ovvero cisterne, perché forniti manualmente di acqua in cisterne dotate di pompa. Nel 1822 fu inventato invece un motore con cui era possibile prelevare l’acqua “automaticamente” da una sorgente. Le prime motopompe di questo genere dovevano essere portate da quattro uomini oppure montate su slitte. La prima autopompa americana a vapore fu inventata da John Ericsson. Nel 1905 fu la Knox Automobile Company a immettere sul mercato quella che è ritenuta da alcuni come la prima autopompa al mondo.
Logistica integrata e magazzino, dal software alla piattaforma

Che cosa si intende con il termine logistica integrata? Come è possibile applicare questo sistema alla gestione del magazzino? La logistica integrata è un aspetto fondamentale in particolare per quelle aziende che si occupano di stoccare e far circolare le merci. Che cosa si intende con questo termine? Quali possono essere le ricadute pratiche e le integrazioni con il magazzino? Logistica integrata, una definizione Il termine logistica integrata va a indicare un sistema di processi sia interni che esterni all’azienda in cui devono confluire tutte quelle informazioni che servono per ottimizzarne processi operativi e gestionali. Ma qual è la differenza rispetto alla logistica? La differenza sta nell’aggettivo integrata: questo tipo di logistica, infatti, prevede l’integrazione in ogni passaggio, sia nella parte di pianificazione che in quella di controllo. Questo comporta che la logistica integrata, oltre a occuparsi di tutto ciò che riguarda la logistica “tradizionale”, ampli le proprie competenze, andando a toccare anche reparti come quello del marketing o della produzione. In questo senso, la logistica integrata si caratterizza per essere fortemente orientata all’ottimizzazione dei costi e dei tempi di produzione, oltre che al miglioramento della qualità. Con il coinvolgimento dei fornitori e dei clienti, la logistica integrata consente a un’azienda di creare dei processi unici e univoci per gestire le lavorazioni industriali. La logistica integrata prende vita grazie a un sistema informatico, un software gestionale sviluppato ad hoc in base ai processi e ai flussi dell’azienda. Questo software ha il compito primario di raggruppare e analizzare tutti i dati forniti dai settori produttivi dell’impresa. In questo modo la logistica integrata permette di conoscere in qualsiasi momento, ad esempio, quante scorte ci sono nel magazzino e qual è la copertura di un eventuale ordine. Logistica integrata e gestione del magazzino La logistica integrata gioca un ruolo fondamentale anche nella gestione del magazzino. La logistica integrata applicata al magazzino consente di predisporre dei processi logistici con cui si può individuare velocemente e in real time il livello di scorte, conoscendo ogni materiale o oggetto in giacenza. Andrà poi scelto come luogo da adibire a magazzino uno spazio idoneo e ulteriormente sviluppabile, per conservare e stoccare le merci sulla base della loro natura e delle normative vigenti. Così facendo sarà possibile evadere in modo veloce, puntuale e impeccabile la fase degli ordini fino alla consegna finale. Per fare tutto ciò la logistica integrata nella gestione del magazzino ha bisogno oltre che di un software anche di ottimi macchinari operativi. Questi ultimi devono essere in grado di garantire produttività e sicurezza dei lavoratori. Un classico esempio di macchinario fondamentale per avere un sistema di logistica integrata che funzioni è la piattaforma elevatrice, che consente di movimentare le merci in sicurezza e in modo veloce. Una buona gestione del magazzino, e in generale di tutti i flussi e processi aziendali, passa attraverso l’ottimizzazione delle risorse esistenti e l’implementazione di nuove misure volte a raggiungere uno standard più elevato.
Digitalizzazione dell’industria del legno, novità e cambiamenti

La trasformazione digitale nell’industria del legno La digitalizzazione dell’industria del legno è al centro di un’indagine di DIGIT-FUR: ecco cosa è emerso e quali cambiamenti si prospettano La digitalizzazione e la digital transformation sono concetti ancora relativamente nuovi, che però stanno andando a interessare un numero sempre maggiore di settori, come quello dell’industria dei mobili. Un settore di stampo prettamente tradizionale si sta ora cominciando ad affacciare a questa significativa trasformazione, definendo nuove competenze professionali, nuove tendenze e nuove sfide. Questi e altri ambiti sono stati toccati dal progetto DIGIT-FUR – Impatto della trasformazione digitale nel settore del legno-arredo, che ha compiuto un’indagine proprio sui cambiamenti portati dalla digitalizzazione e sulle aspettative future del settore dei mobili dal 2017 al 2025. Digitalizzazione dell’industria dei mobili, l’indagine Il consorzio del progetto DIGIT-FUR con la collaborazione di esperti esterni ha compiuto un’analisi partendo dal 2017 e procedendo successivamente con un’indagine previsionale che ha coinvolto 56 esperti multidisciplinare di 15 Paesi europei. Da questa ricerca è emerso come la digitalizzazione del settore del legno avrà un impatto su alcune professionalità e sulle loro mansioni. In particolare saranno interessati ruoli come, ad esempio: Dirigenti nei servizi di vendita e commercializzazione. Responsabile della produzione industriale. Disegnatori di mobili. Modellatori e tracciatori meccanici di macchine utensili. Tappezzieri ed assimilati. Addetti al montaggio di mobili. L’indagine ha evidenziato poi come l’industria dei mobili sia un settore che ha sofferto negli ultimi decenni il fenomeno dell’invecchiamento della forza lavoro e della scarsa attrattività per i giovani. Proprio la digitalizzazione potrebbe invertire questa tendenza, facendo riscoprire anche alla fascia di popolazione più “junior” un settore come quello del legno. Fra le altre tendenze emerse vi sono: La personalizzazione dei prodotti. Lo sviluppo delle ICT all’interno delle aziende. Salute, sicurezza e nuove sfide al centro della digitalizzazione dell’industria del legno L’arrivo di nuove tecnologie e nuovi processi nel settore dei mobili comporta anche un aumento della salute e della sicurezza dei lavoratori, grazie a sistemi di lavoro human-friendly. I robot, ad esmepio, possono svolgere incarichi pesanti o monotoni in modo semplice ed efficiente. Sensori intelligenti sono invece in grado di riconoscere in automatico se è necessario un intervento di manutenzione su un macchinario, riducendo il rischio di incidenti umani. Il rovescio della medaglia è che l’interazione reiterata con la robotica potrebbe provocare solitudine e senso di isolamento nei lavoratori, con condizioni di elevato stress psicologico. La sfida principale che emerge da questa analisi sulla digitalizzazione dell’industria del legno riguarda infine la formazione: per affrontare al meglio i cambiamenti che questa rivoluzione porterà è necessario creare fin da ora le nuove competenze che saranno richieste domani. Secondo lo studio è quindi fondamentale e imprescindibile una cooperazione maggiore fra il settore dell’istruzione e quello del lavoro, sopratutto per i programmi tecnici.