I comparti

L’autopompa dei Vigili del Fuoco è uno dei mezzi più usati per interventi di soccorso: ecco quali dotazioni ha a bordo e qual è la sua storia. L’utilizzo di particolari mezzi, oltre che di attrezzature speciali, permette ai Vigili del Fuoco di agire tempestivamente e in sicurezza in caso di bisogno. Fra i mezzi più utilizzati per gli interventi di soccorso c’è sicuramente l’autopompa serbatoio o A.P.S. Che cos’è e quali dotazioni ha l’autopompa dei Vigili del Fuoco? L’autopompa rappresenta un camion particolare utilizzato per il trasporto di molte attrezzature necessarie per le operazioni antincendio e di soccorso. Le dotazioni di un’autopompa a serbatoio dei Vigili del Fuoco sono rappresentate generalmente da: un serbatoio di acqua e una pompa per gli incendi; respiratori per andare nei corridoi pieni di fumo; scale per raggiungere finestre e balconi; arpioni, asce e utensili da taglio; proiettori luminosi e apparecchi di ventilazione. I veicoli sono inoltre dotati di avvisatori ottici e acustici come le sirene e le luci lampeggianti blu, gialle o rosse a seconda delle legislazioni, oltre che di attrezzature per comunicare tramite radio. A seconda poi della zona in cui ci si trovi può variare anche il modello di autopompa. Se, ad esempio, i Vigili del Fuoco delle aree metropolitane utilizzano veicoli speciali dotati di attrezzature per affrontare incidenti in presenza di materiali pericolosi o con la possibilità di erogare della schiuma, nelle zone rurali si possono usare anche veicoli fuoristrada. In base alla competenza locale poi, generalmente le autopompe dei Vigili del Fuoco vengono accompagnate anche da altri mezzi antincendio, come treni, battelli o aerei, o da unità di soccorso ausiliarie, per trasportare attrezzature di salvataggio e ulteriore personale. La cabina dell’autopompa ospita poi una squadra al completo, composta da un autista, un caposquadra, e tre vigili. Breve storia dell’autopompa dei Vigili del Fuoco L’invenzione della pompa antincendio la si deve a Ctesibius di Alessandria nel II secolo A.C.; fu però solo nel XVI secolo che questo strumento entrò a far parte della quotidianità. A Philadelphia invece fu sviluppato nel 1719 il primo vero veicolo dei pompieri, un carro dotato di pompe a mano. Nel 1730 Richard Newsham realizzò a Londra alcuni veicoli simili che ebbero un buon successo commerciale; lo stesso produttore esportò l’anno successivo questi mezzi anche a New York. La prima pompa americana venne prodotta nel 1743 da Thomas Lote. Questi primi veicoli erano conosciuti come “hand tubs”, ovvero cisterne, perché forniti manualmente di acqua in cisterne dotate di pompa. Nel 1822 fu inventato invece un motore con cui era possibile prelevare l’acqua “automaticamente” da una sorgente. Le prime motopompe di questo genere dovevano essere portate da quattro uomini oppure montate su slitte. La prima autopompa americana a vapore fu inventata da John Ericsson. Nel 1905 fu la Knox Automobile Company a immettere sul mercato quella che è ritenuta da alcuni come la prima autopompa al mondo.

Che cosa si intende con il termine logistica integrata? Come è possibile applicare questo sistema alla gestione del magazzino? La logistica integrata è un aspetto fondamentale in particolare per quelle aziende che si occupano di stoccare e far circolare le merci. Che cosa si intende con questo termine? Quali possono essere le ricadute pratiche e le integrazioni con il magazzino? Logistica integrata, una definizione Il termine logistica integrata va a indicare un sistema di processi sia interni che esterni all’azienda in cui devono confluire tutte quelle informazioni che servono per ottimizzarne processi operativi e gestionali. Ma qual è la differenza rispetto alla logistica? La differenza sta nell’aggettivo integrata: questo tipo di logistica, infatti, prevede l’integrazione in ogni passaggio, sia nella parte di pianificazione che in quella di controllo. Questo comporta che la logistica integrata, oltre a occuparsi di tutto ciò che riguarda la logistica “tradizionale”, ampli le proprie competenze, andando a toccare anche reparti come quello del marketing o della produzione. In questo senso, la logistica integrata si caratterizza per essere fortemente orientata all’ottimizzazione dei costi e dei tempi di produzione, oltre che al miglioramento della qualità. Con il coinvolgimento dei fornitori e dei clienti, la logistica integrata consente a un’azienda di creare dei processi unici e univoci per gestire le lavorazioni industriali. La logistica integrata prende vita grazie a un sistema informatico, un software gestionale sviluppato ad hoc in base ai processi e ai flussi dell’azienda. Questo software ha il compito primario di raggruppare e analizzare tutti i dati forniti dai settori produttivi dell’impresa. In questo modo la logistica integrata permette di conoscere in qualsiasi momento, ad esempio, quante scorte ci sono nel magazzino e qual è la copertura di un eventuale ordine. Logistica integrata e gestione del magazzino La logistica integrata gioca un ruolo fondamentale anche nella gestione del magazzino. La logistica integrata applicata al magazzino consente di predisporre dei processi logistici con cui si può individuare velocemente e in real time il livello di scorte, conoscendo ogni materiale o oggetto in giacenza. Andrà poi scelto come luogo da adibire a magazzino uno spazio idoneo e ulteriormente sviluppabile, per conservare e stoccare le merci sulla base della loro natura e delle normative vigenti. Così facendo sarà possibile evadere in modo veloce, puntuale e impeccabile la fase degli ordini fino alla consegna finale. Per fare tutto ciò la logistica integrata nella gestione del magazzino ha bisogno oltre che di un software anche di ottimi macchinari operativi. Questi ultimi devono essere in grado di garantire produttività e sicurezza dei lavoratori. Un classico esempio di macchinario fondamentale per avere un sistema di logistica integrata che funzioni è la piattaforma elevatrice, che consente di movimentare le merci in sicurezza e in modo veloce. Una buona gestione del magazzino, e in generale di tutti i flussi e processi aziendali, passa attraverso l’ottimizzazione delle risorse esistenti e l’implementazione di nuove misure volte a raggiungere uno standard più elevato.

Perché è scattata la corsa ai data center e cosa aspetta il futuro delle aziende I data center sono ormai diventati cruciali nella nostra società: ma che cosa ci aspetta per il futuro e quali sono le soluzioni per ridurre l’impatto ambientale di questi sistemi? Nella società e nell’economia moderna i dati giocano un ruolo centrale e fondamentale. In questo senso anche i data center, gli snodi che collegano e raggruppano tutti questi dati, hanno assunto una rilevanza predominante nella nostra realtà. I data center rappresentano dei sistemi complessi, formati da più elementi che si integrano e interagiscono fra di loro ma anche con l’ambiente esterno. In base a un’analisi di Cushman & Wakefield negli ultimi 10 anni questo settore ha visto investimenti di oltre 100 miliardi di dollari. La conseguenza è stata il passaggio da centri di calcolo da 10 Megawatt nel 2010 a data center da 30 Megawatt. Alcune tendenze future dei data center Il settore dei data center vede un ritmo di crescita a un tasso composto di oltre il 6,9%: nel 2025 si stima che raggiungerà un valore di 12 miliardi. L’era poi del 5G e dell’Internet of Things prospetta poi per i data center uno scenario ancora più roseo, in cui ci sarà una sempre maggiore richiesta di connessione, una latenza inesistente e la distribuzione geografica dei centri di calcolo che dovranno essere sempre più vicini e in sincronia con l’edge computing. Nell’immediato futuro si ritiene che i data center verranno costruiti sempre di più per ottimizzare le attività dell’Artificial Intelligence: ci sono già aziende pionieristiche che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per gestire la struttura produttiva e il funzionamento dei data center. La situazione attuale ha poi aperto prospettive nuove per i data center. Il periodo attuale ha portato a sempre un maggior utilizzo di sistemi di videoconferenza nella vita quotidiana. Che cosa comporta tutto questo? Gli strumenti di collaborazione a distanza e gli uffici virtuali si appoggiano sul cloud e, di conseguenza, sui data center. Questa che attualmente è una necessità operativa, potrebbe non rappresentare solo una moda passeggera, bensì un sistema almeno in parte duraturo. Questo comporta che già nel prossimo futuro sarà necessario avere infrastrutture molto performanti, e con un impatto ambientale ridotto. I data center e l’impatto sull’ambiente La tematica del rispetto e dell’impatto sull’ambiente è diventata centrale. I data center continuano a moltiplicarsi ma silicio e transistor continuano a disperdere molto calore nell’ambiente quando spostano gli elettroni. Da ciò deriva il fatto che metà dell’energia di un data center vada impiegata nel suo raffreddamento. Si stima che nel 2040 il 14% delle emissioni di carbonio sul pianeta deriverà dai data center, mentre già oggi tali emissioni hanno superato quelle del trasporto aereo civile.

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Retailer, supply chain e automazione, una panoramica Come si integrano l’automazione e la robotica all’interno della supply chain? Quali sono i vantaggi che i retailer possono avere nella scelta di automatizzare i processi? L’innovazione tecnologica e l’utilizzo della robotica per automatizzare alcuni processi industriali, come la consegna di prodotti o la gestione del magazzino, ha giocato sicuramente un ruolo centrale in questo periodo, permettendo di tutelare e salvaguardare la salute di moltissimi lavoratori. Ma qual è il rapporto fra automazione, i retailer e la supply chain? Automazione e retailer, un connubio che funziona? La robotica e l’automazione applicata alla gestione dei magazzini e dei centri di distribuzione (DC) non è una cosa nuova. Da quanto l’industria automobilistica ha introdotto per la prima volta la robotica nei suoi processi l’impiego di questa tecnologica è aumentato sensibilmente anche in altri settori. La robotica presenta infatti diversi vantaggi se introdotta in modo armonico nella supply chain: aumento dell’efficienza; riduzione degli errori; rendere la supply chain fluida e senza interruzioni. In base a quanto affermato da Manhattan Associates i magazzini e i centri di distribuzione oggi devono essere in grado di garantire scalabilità, flessibilità e prevedere la riduzione dell’impiego di squadre di lavoratori temporanei o poco affidabili per riuscire a soddisfare le proprie esigenze lavorative. In questo senso la robotica e l’automazione sono due grandi e validi aiuti, a condizione che vi sia una perfetta integrazione fra innovazione tecnologica e personale umano, che rimane comunque una risorsa fondamentale per la gestione di alcuni compiti che i robot non riescono ancora a svolgere. Ma come l’automazione incontra le necessità dei retailer? Grazie all’impiego della robotica nella gestione dei magazzini e nei DC è possibile elaborare gli ordini dell’e-commerce in modo più rapido e sicuro: le supply chain possono infatti lavorare 24 ore su 24, evitando di creare ritardi nelle consegne e rispettando le aspettative dei clienti.  L’automazione per la gestione delle consegne Arrivando alla parte conclusiva della supply chain, ovvero quella della consegna al cliente finale, si è assistito a una profonda trasformazione negli ultimi cinque anni nell’ambito della consegna dell’ultimo miglio. Molti retailer hanno riconosciuto i vantaggi dati dall’adozione della robotica nella gestione del magazzino, e stanno quindi iniziando a valutare l’utilizzo dell’automazione anche all’interno dei punti vendita e non solo. Negli ultimi mesi i robot sono stati infatti ampiamente utilizzati come metodi di consegna contactless: in questo modo hanno garantito la consegna a domicilio anche in piccole comunità locali, nonché la tutela di soggetti a rischio come gli anziani. Per il momento, nel contesto attuale, la sostituzione delle persone fisiche con macchine e robot è sicuramente un ottimo modo per tenere al sicuro sia i consumatori che i dipendenti. Ma non solo: attraverso l’adozione dell’automazione i retailer hanno avuto modo di testare quello che sarà il futuro delle consegne. L’approccio umano all’interno delle supply chain rimarrà probabilmente sempre necessario. Le continue evoluzioni tecnologiche e i cambiamenti nelle abitudini dei consumatori e delle pratiche commerciali potrebbero però portare in futuro la robotica e l’automazione a diventare una parte imprescindibile all’interno della gestione del magazzino e delle consegne.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Le Over The Top digitali puntano forte sulla gestione del magazzino La gestione del magazzino e della logistica è un’attività essenziale: ecco i casi di Amazon, Uber e Google. Che la gestione del magazzino sia un’attività fondamentale e centrale per una grande azienda è una deduzione abbastanza ovvia. Ma c’è un dato a rafforzare ancora di più la centralità di questo compito: le cinque più grandi aziende tecnologiche degli Stati Uniti prevedono una spesa complessiva di quasi 90 miliardi di dollari ogni anno per creare e gestire magazzini e data center. Un dato che è il doppio rispetto al 2015. In aggiunta si può evidenziare come la logistica a livello mondiale abbia un valore di 8,1 trilioni di dollari, valore che è stato previsto andrà a raddoppiare entro il 2023. Ma quali sono le strategie per gestire in modo efficiente un magazzino? Scopriamo quelle di Amazon, Uber e Google. La gestione del magazzino secondo Amazon Amazon vanta un importante primato: è stata dichiarata “Masters” nella classifica delle Top 25 aziende per supply chain nel 2019, insieme a Apple, P&G, Unilever. Ma non solo: il colosso dello shopping online ha anche a disposizioni una quantità enorme di dati e di informazioni sulle ricerche e sugli acquisti effettuati dai suoi clienti. Questo è un vantaggio non indifferente, in quanto tramite questi analytics Amazon è in grado di ottimizzare modalità e tempi di consegna. Il servizio di logistica di Amazon è a tutto tondo. L’azienda si occupa infatti sia dello stoccaggio che della consegna ai clienti, insieme all’assistenza e alla gestione dei resi. In aggiunta Amazon prevede per i consumatori anche dei servizi extra (facoltativi): dall’etichettatura al confezionamento di un pacchetto regalo. L’obiettivo di Amazon? Quello di gestire tutta la logistica in completa autonomia. Il Fullfillment by Amazon (Fba), ovvero il programma che permette ai venditori di inviare il proprio inventario ai Centri di distribuzione del colosso, prevede poi alcuni vantaggi: I prodotti presenti in magazzino sono segnalati sull’e-commerce con il bollino “Gestito da Amazon”, che rappresenta una garanzia per i clienti. Chi utilizza Fba ha maggiori probabilità di ottenere la “Buy Box”, una modalità per il rivenditore per avere più visibilità nella pagina di un prodotto. La gestione del magazzino secondo Uber  La logistica di Uber, azienda nata per aiutare gli utenti a spostarsi da un luogo all’altro in città, ha provato a spostarsi verso il trasporto delle merci con ben due progetti. Il primo, Uber Rush, non ha avuto molto successo: la società aveva come focus le consegne dell’ultimo miglio, per cui impiegava freelance come corrieri invece che come autisti. Questo servizio di consegna dei pacchi non è però mai andato oltre le zone di New York, San Francisco e Chicago e nel 2018 è stato quindi chiuso. Uber Freight, invece, nasce dalla volontà di mettere in contatto le aziende con gli autotrasportatori. Lanciata nel 2017 negli USA, nel 2019 l’app è approdata anche in Europa. E in base alle statistiche di Uber stesso potrebbe risultare vincente: il 21% della distanza coperta dagli autotrasportatori europei, infatti, è percorsa senza avere a bordo alcun carico. La gestione del magazzino secondo Google Anche Google ha preso parte attivamente alla corsa per la miglior gestione del magazzino. La divisione Wing della Alphabet Inc, ovvero la struttura societaria che sta dietro al motore di ricerca, ha lanciato un servizio di consegna via drone negli Stati Uniti in collaborazione con FedEx e con Walgreens. In questo Google, o meglio FedEx, è riuscito a battere Amazon: la modalità di recapito di generi alimentari (e non solo) via cielo è stata proprio lanciata per la prima volta con questa iniziativa di Big G. La prima tappa è Christiansburg, in Virginia, dove verrà effettuata la consegna via drone di cibo, caffè e medicine. L’ente americano che regola il traffico aereo ha dato quindi il via libera a Google per poter procedere con le consegne via drone: Amazon e Uber come reagiranno?[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Il parquet nella zona del camino? Perché no! Parquet e camino possono essere accostati? Quali sono gli accorgimenti da adottare per creare questo binomio perfetto, senza avere dei rischi?  Sicuramente il parquet e il camino sono due elementi di un’abitazione che richiamano molto l’inverno e le giornate fredde, in cui rimanere a casa è un piacere. Ma parquet e camino possono convivere sotto lo stesso tetto? E se sì, come? Ecco alcuni utili consigli. Camino e parquet, è possibile abbinarli? L’accoppiata camino e parquet non soltanto risulta essere esteticamente piacevole ed elegante, ma è anche possibile da realizzare. Un ambiente in cui sono presenti questi due elementi è molto accogliente e signorile. L’accostamento fra camino e parquet non presenta poi grandi problemi di sicurezza a patto che si presti attenzione nella fase di costruzione. Il legno rappresenta infatti un materiale che mal sopporta i cambiamenti climatici repentini e le temperature elevate. Per questo motivo, quando si parla di camino e parquet, è bene tenere in considerazione due precauzioni fondamentali: il tipo di camino (se a filo pavimento o meno); le misure cautelative da adottare per una corretta posa del parquet. I tipi di camino e le precauzioni per il parquet Quando si parla di parquet in abbinamento al camino bisogna considerare essenzialmente due tipologie di camino, ovvero quella a filo di parquet e quella non. Il camino non a filo di parquet è rialzato, e quindi meno pericoloso di quello a filo. L’accortezza però è comunque quella di cercare di installarlo ad almeno 10 centimetri di distanza dal pavimento. Si potrà quindi realizzare un basamento con messetto autolivellante discostato di un centimetro: una volta fatto si stenderà il parquet tralasciando un altro centimetro. Questi disboscamenti assorbono infatti eventuali movimenti del pavimento: il parquet avrà infatti maggiore spazio per dilatarsi a seguito di cambiamenti di temperatura e di umidità dell’ambiente. Al tempo stesso il camino sarà sicuro. Venendo al camino a filo di parquet bisogna considerare che potrebbe essere più pericoloso in quanto qualche scintilla potrebbe cadere sul pavimento in legno. Una buona regola è quella di non arrivare con il parquet sotto la struttura del focolare, ma in generale è comunque essenziale prevedere un salvapavimento in pietra dura, che eviti lo sviluppo di incendi o il danneggiamento del materiale. Tra le pietre dure più consigliate per realizzare questo rivestimento salvapavimento ci sono: la pietra lavica, perfetta per convivere con il fuoco perché prende origine proprio da esso; la pietra di Sicilia, conosciuta come Pietra Modica, che rappresenta un’ottima roccia calcarea resistente molto simile al marmo. Adottando e seguendo questi semplici accorgimenti è possibile accostare senza alcun problema parquet e camino, per creare un perfetto ambiente al tempo stesso rustico ed essenziale. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Mobilità elettrica e consegne: i furgoni e i camion ecologici La mobilità elettrica riguarda anche l’ambito delle consegne e del trasporto delle merci: ecco caratteristiche, vantaggi e aspettative future per furgoni e camion green. Quello della mobilità elettrica è sicuramente un settore che ha visto un vero e proprio boom negli ultimi anni. L’attenzione di cittadini e case automobilistiche per l’inquinamento ambientale e la riduzione delle emissioni nocive, unita alla volontà di trovare una nuova forma di mobilità, ha fatto sì che si creassero e diffondessero veicoli elettrici diversi fra loro: dalle auto agli scooter, passando anche per autobus e biciclette. Un’ultima innovazione del settore sono i furgoni e i camion elettrici. Ma che caratteristiche hanno e che vantaggi portano per chi effettua le consegne? E quali sono le prospettive future per i camion green? Un nuovo modo di effettuare le consegne, i furgoni elettrici I furgoni elettrici sono forse meno conosciuti rispetto alle ormai rinomate auto elettriche, ma nonostante questo rappresentano il mezzo di trasporto ideale per chi deve effettuare consegne dell’ultimo miglio e al dettaglio. I trasportatori che consegnano in città o nei dintorni non percorrono mai giornalmente più di 100/200 chilometri: un tratto di strada perfetto per essere compiuto con i furgoni ecologici. Questi ultimi poi ripristinano la propria autonomia nell’arco di una sola notte. Altre caratteristiche vantaggiose che contraddistinguono questi furgoni green sono: . La mancanza di limitazioni alla circolazione. . L’assenza del cambio e una grande immediatezza nel funzionamento che li rende più facili da guidare. . Riduzione dei tempi e dei costi di manutenzione per via di una meccanica essenziale. . Garanzia delle batterie fino a 8 anni o 100 mila chilometri. . Produzione di pochissime emissioni di scarico. . I veicoli commerciali elettrici, e in generale gli autoveicoli con motore elettrico, hanno l’esenzione dal pagamento delle tasse automobilistiche per 5 anni. Ma non finisce qui: i furgoni ecologici sono infatti integrati con tecnologie all’avanguardia che permettono di tenere sotto controllo gli spostamenti, pianificare la manutenzione, creare profili personalizzati dei conducenti e condividere le informazioni utili per poter gestire intere flotte. A bordo sono inoltre generalmente presenti applicazioni e navigatori che consentono, ad esempio, di avere informazioni sulle strade chiuse al passaggio dei mezzi da lavoro o di gestire anche da remoto illuminazione interna e impianto di condizionamento del mezzo. Le case automobilistiche che hanno progettato e messo in commercio questi mezzi di trasporto “alternativi” sono già diverse: . Mercedes, con eVito ed eSprinter; . Renault, con Master ZE; . Ford con Transit Plug-in proposto come ibrido; . Nissan, con e-NV200; . Piaggio, con SporterElectric Power. In arrivo anche altri mezzi per le consegne green come il Ducato elettrico, l’Opel Vivaro-e coi gemelli Citroen e-Jumpy e Peugeot e-Expert e il Toyota Proace City EV. Camion elettrici, quali sono le prospettive?  Oltre ai furgoni l’innovazione in ambito mobilità riguarda anche i camion. Il report “Unlocking Electric Trucking in the EU: recharging in cities“ ha evidenziato come i camion rappresentino meno del 2% dei veicoli che si trovano attualmente su strada, ma sono responsabili del 22% delle emissioni di anidride carbonica legate al trasporto su gomma. In Europa la metà dell’attività di questi mezzi (espressa sotto forma di tonnellate di prodotti trasportati per km) viene svolta percorrendo meno di 300 km. Questi viaggi potrebbero essere tranquillamente effettuati da autocarri elettrici: i modelli che si trovano oggi sul mercato, infatti, hanno un’autonomia di circa 300 km. In questo senso la Commissione europea nell’ambito del Green Deal potrebbe arrivare a tagliare le emissioni prodotte dagli autocarri del vecchio continente di oltre il 22% in 10 anni, dotando le principali città europee delle infrastrutture di ricarica elettriche. Per rendere operativi gli e-truck però, ovvero i camion a energia elettrica, la sfida è quella di realizzare oltre 40 mila punti di ricarica. Per farlo sarebbero necessari quasi 28 miliardi di investimenti in 10 anni: si tratta di una cifra che da sola rappresenta il 2,8% dei 100 miliardi di euro che ogni anno l’Unione Europea mette a disposizione per il finanziamento delle infrastrutture stradali. Sarà quindi possibile, in futuro, riuscire a rendere ecologicamente sostenibile la maggior parte dei mezzi utilizzati per il trasporto delle merci e per effettuare consegne?

[vc_row][vc_column][vc_column_text] Cosa deve esserci a bordo di una ambulanza? Quali sono le dotazioni indispensabili che devono essere presenti a bordo di un’ambulanza? E qual è la classificazione di questi veicoli speciali? L’ambulanza è un veicolo speciale che generalmente viene utilizzato per il trasporto degli oggetti ma che viene riconvertito di modo che possa ospitare a bordo sia strutture che dispositivi sanitari obbligatori per garantire comfort e qualità di trasporto al paziente. L’ambulanza ha il preciso quanto delicato compito di trasportare infatti una persona in pericolo di vita dal punto in cui si trova verso l’ospedale di riferimento, sia esso il più vicino o il più adeguato. Ma quali sono le dotazioni che non possono mancare a bordo di un’ambulanza? E quale la categorizzazione delle ambulanza sulla base della strumentazione e dell’equipaggio di bordo? Le dotazioni dell’ambulanza La struttura di un’ambulanza è chiaramente definita: vi è infatti una zona adibita alla guida e una adibita alla cura del paziente. Su alcuni veicoli poi il vano guida e quello sanitario sono comunicanti. In base al tipo di vano l’ambulanza avrà dotazioni apposite. Dotazioni del vano guida Nel vano guida non può mancare la seguente strumentazione: schede ambulanza; block notes e penna; tessera benzina; impianti radio veicolo e portatile; comando luci e sirena; faro di ricerca; estintore portatile; triangolo; corda da 10 metri; 2 bombole ossigeno; manometri e riduttori; guanti monouso; stradario; guanti da lavoro. Dotazioni del vano sanitario Nel vano sanitario invece le dotazioni presenti sono: materiale di medicazione e primo soccorso, come cerotti, bende, garze sterili e non sterili, forbici, coperta isotermica, disinfettante, soluzione fisiologica e acqua ossigenata; kit di rianimazione, composto da defibrillatore semiautomatico, aspiratore, forbice taglia-abiti, cannule oro-faringee, pallone rianimatore e maschera di rianimazione; materiale per ossigenoterapia (mascherine con reservoir e bombole, sia fisse che portatili); materiale di autoprotezione per i soccorritori (guanti, mascherine, occhiali anti schizzo, camici sterile e tute protettive); materiale diagnostico (sfigmomanometro, stetofonendoscopio, pila ottica); presidi di immobilizzazione dei traumi, come steccobenda, collare cervicale, barella a cucchiaio, tavola spinale con ragno e fermacapo, estricatore (KED), materassino a depressione; presidi per il trasporto dei pazienti, ovvero barella, sedia portantina e coltrino. Inoltre le ambulanze devono essere dotate obbligatoriamente di un dispositivo supplementare di segnalazione visiva a luce lampeggiante blu e di quello di allarme, come prevede l’articolo 177 del Codice della Strada. Tipologie di ambulanza sulla base di strumentazione ed equipaggio Le ambulanze di soccorso sono di solito divise in tre categorie sulla base dell’equipaggio e di alcune strumentazioni presenti a bordo. Le categorie sono: MSB (Mezzi di Soccorso di Base) con a bordo solo soccorritori. Ci devono essere almeno due (in alcune regioni anche tre) soccorritori qualificativi ai servizi 118 con corso BLS ed eventualmente BLS-D (per l’uso del defibrillatore semiautomatico). In aggiunta ci può anche essere un allievo soccorritore in corso di addestramento. MSI o MSAB (Mezzi di Soccorso Intermedio o Avanzato di Base) con a bordo oltre a soccorritori (di cui uno come autista) anche un infermiere. MSA (Mezzi di Soccorso Avanzato) con a bordo soccorritori (di cui uno nelle vesti di autista), un medico e un infermiere. Queste autoambulanze sono spesso attrezzate con presidi sanitari di competenza medica come l’ ECG e il defibrillatore manuale. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

La trasformazione digitale nell’industria del legno La digitalizzazione dell’industria del legno è al centro di un’indagine di DIGIT-FUR: ecco cosa è emerso e quali cambiamenti si prospettano La digitalizzazione e la digital transformation sono concetti ancora relativamente nuovi, che però stanno andando a interessare un numero sempre maggiore di settori, come quello dell’industria dei mobili. Un settore di stampo prettamente tradizionale si sta ora cominciando ad affacciare a questa significativa trasformazione, definendo nuove competenze professionali, nuove tendenze e nuove sfide. Questi e altri ambiti sono stati toccati dal progetto DIGIT-FUR – Impatto della trasformazione digitale nel settore del legno-arredo, che ha compiuto un’indagine proprio sui cambiamenti portati dalla digitalizzazione e sulle aspettative future del settore dei mobili dal 2017 al 2025. Digitalizzazione dell’industria dei mobili, l’indagine Il consorzio del progetto DIGIT-FUR con la collaborazione di esperti esterni ha compiuto un’analisi partendo dal 2017 e procedendo successivamente con un’indagine previsionale che ha coinvolto 56 esperti multidisciplinare di 15 Paesi europei. Da questa ricerca è emerso come la digitalizzazione del settore del legno avrà un impatto su alcune professionalità e sulle loro mansioni. In particolare saranno interessati ruoli come, ad esempio: Dirigenti nei servizi di vendita e commercializzazione. Responsabile della produzione industriale. Disegnatori di mobili. Modellatori e tracciatori meccanici di macchine utensili. Tappezzieri ed assimilati. Addetti al montaggio di mobili. L’indagine ha evidenziato poi come l’industria dei mobili sia un settore che ha sofferto negli ultimi decenni il fenomeno dell’invecchiamento della forza lavoro e della scarsa attrattività per i giovani. Proprio la digitalizzazione potrebbe invertire questa tendenza, facendo riscoprire anche alla fascia di popolazione più “junior” un settore come quello del legno. Fra le altre tendenze emerse vi sono: La personalizzazione dei prodotti. Lo sviluppo delle ICT all’interno delle aziende. Salute, sicurezza e nuove sfide al centro della digitalizzazione dell’industria del legno L’arrivo di nuove tecnologie e nuovi processi nel settore dei mobili comporta anche un aumento della salute e della sicurezza dei lavoratori, grazie a sistemi di lavoro human-friendly. I robot, ad esmepio, possono svolgere incarichi pesanti o monotoni in modo semplice ed efficiente. Sensori intelligenti sono invece in grado di riconoscere in automatico se è necessario un intervento di manutenzione su un macchinario, riducendo il rischio di incidenti umani. Il rovescio della medaglia è che l’interazione reiterata con la robotica potrebbe provocare solitudine e senso di isolamento nei lavoratori, con condizioni di elevato stress psicologico. La sfida principale che emerge da questa analisi sulla digitalizzazione dell’industria del legno riguarda infine la formazione: per affrontare al meglio i cambiamenti che questa rivoluzione porterà è necessario creare fin da ora le nuove competenze che saranno richieste domani. Secondo lo studio è quindi fondamentale e imprescindibile una cooperazione maggiore fra il settore dell’istruzione e quello del lavoro, sopratutto per i programmi tecnici.

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