I comparti

Metallo riciclato: una scelta amica dell’ambiente Versatile, funzionale, riciclabile in eterno: il metallo, risorsa essenziale per moltissimi oggetti di uso quotidiano così come per scopi industriali, è uno dei materiali che si può riciclare per moltissimi scopi. Anche se lontano dai numeri ideali, il riciclo dei metalli è molto diffuso. Le statistiche indicano che nel 2019, quasi 500 milioni di tonnellate di acciaio grezzo sono state prodotte grazie ai materiali riciclati. I metalli più riciclati sono l’acciaio e l’alluminio: in particolare, la lattina di alluminio è al momento il contenitore più riciclato del mondo. Perché è importante riciclare i metalli? Il riciclo dei metalli permette di creare più posti di lavoro: ricerche americane indicano che si impiegano 36 volte più lavoratori rispetto a quelli previsti per lo smaltimento dei metalli. Il riciclo permette poi di ridurre le emissioni inquinanti nell’ambiente, perché riciclare il metallo consuma un quantitativo molto minore di gas serra rispetto alla produzione di metallo nuovo. Il metallo riciclato preserva inoltre le risorse naturali, immettendo una quantità minore di rifiuti nelle discariche, e tutelando di conseguenza il terreno e le falde acquifere. Riciclare i metalli ha anche dei vantaggi economici, perché è più economico in termini di energia riciclarli che produrne di nuovi. Come si riciclano i metalli? Il processo per riciclare i metalli prevede varie fasi, e in generale quello più efficace comprende l’uso di magneti che permettono di separare rapidamente i metalli dagli altri rifiuti. Il riciclo dei metalli comprende poi una serie di fasi che vanno dalla sua raccolta fino al trasporto, in cui i metalli vengono utilizzati per produzioni nuove. Quali sono i passaggi per riciclare i metalli? La raccolta e l’ordinamento Il metallo da riciclare viene raccolto da grandi strutture, come navi e binari, così come dal riciclo della spazzatura. In seguito, il metallo viene separato, tramite sensori e magneti, oppure in modo manuale, dagli altri rifiuti, notando ad esempio i vari colori: l’alluminio è argenteo, il giallo indica il rame, e il rosso l’ottone. L’elaborazione e la fusione Dopo essere stati separati, i metalli sono tritati e pronti per la fusione. Esiste un forno specifico per ogni tipo di metallo, e in base alla grandezza del forno e al volume del metallo, il processo può impiegare da qualche minuto fino a qualche ora. La purificazione, la solidificazione, il trasporto I metalli sono solidificati tramite dei procedimenti che li rendono puri, cioè senza elementi contaminanti. Tra le modalità di purificazione più comuni c’è l’elettrolisi. In secondo luogo, il metallo fuso prende la forma adatta al trasporto: in generale, il metallo viene solidificato sotto forma di barre, comode da trasportare. La fase finale prevede il trasporto negli stabilimenti, in cui il metallo darà vita a nuove produzioni. È possibile migliorare il riciclo dei metalli? Il riciclo di un materiale tanto importante presenta diverse criticità da superare. Ad esempio, il tasso di riciclo non è ai livelli ottimali, e poi le tecnologie attuali sono complesse, con molti prodotti che hanno un mix di materiali che li rende sempre più difficili da riciclare: basti pensare agli smartphone, in cui la compresenza di tantissimi alimenti diversi ne rende sempre più difficile l’estrazione di materiale da riutilizzare.

Parquet spazzolato: perché sceglierlo Realizzato con essenze di rovere, di ulivo o di wengé, il parquet spazzolato è un particolare tipo di pavimentazione in legno che subisce un processo di spazzolatura, da cui prende il nome. Molto apprezzato grazie alla sua naturalezza e versatilità, il parquet spazzolato riveste gli ambienti rustici conferendo calore, versatilità e una grande resistenza. Che cos’è la spazzolatura? La spazzolatura è un processo, eseguito con spazzole rotanti, che elimina dalle doghe di legno la fibra superficiale, che è più tenera. Il risultato è un parquet ricco di venature naturali, dall’aspetto accogliente, bello da vedere e piacevole al tatto. Il parquet spazzolato presenta rilievi e ruvidità che lo rendono adatto a grandi superfici, anche di passaggio, e riveste con personalità uffici e ambienti domestici. Perché scegliere un parquet spazzolato? Questo tipo di parquet presenta caratteristiche che lo rendono ideale per chi cerca un pavimento naturale, resistente alla polvere e ai graffi, e che necessita di una manutenzione minima. È consigliato in particolare per saloni, camere, e uffici, ed è meno indicato per le stanze in cui è presente acqua o umidità, come i bagni e le cucine. La sua caratteristica principale è un aspetto “vissuto”, perfetto per durare nel tempo: resiste ai graffi e alla polvere, così come al calpestio, anche in ambienti di lavoro, e la possibilità di scegliere varie essenze e varie finiture lo rende versatile. Come scegliere il parquet spazzolato perfetto per le proprie esigenze Gli ambienti più rustici, come le case di campagna o di montagna, si arricchiscono di bellezza e stile con una pavimentazione in parquet spazzolato di tavole di wengé. Si tratta di un legno bruno che proviene dalle foreste tropicali africane, molto resistente grazie alla sua durezza e alla capacità di sopportare l’umidità. Anche il legno d’ulivo, dalle bellissime venature che vanno dal giallo al marrone scuro, è ideale per rivestire camere e soggiorni di ambienti meno moderni. Il parquet spazzolato più indicato per gli ambienti moderni e contemporanei è invece quello realizzato con essenze di rovere. Il rovere europeo, in particolare, si presta a molte finiture e colorazioni: dalle colorazioni naturali fino al grigio e al bianco, tonalità perfette per uno stile minimal o shabby chic. Come si pulisce il parquet spazzolato? Il nemico principale di questo tipo di parquet è la polvere, che va rimossa in modo regolare con una scopa elettrica o un aspirapolvere. Si pulisce poi con un semplice panno umido e ben strizzato e utilizzando detergenti diversi in base alla finitura. Infatti, i parquet spazzolati con finitura ad olio, rustici e dall’aspetto naturale, si puliscono con detergenti non schiumosi. Quelli con la finitura verniciata, invece, hanno una superficie lucida e si possono pulire con saponi neutri e acqua. Qualunque sia la scelta dell’essenza o della finitura, il parquet spazzolato è una soluzione più economica rispetto a molti altri tipi di pavimentazioni. Per ottenere un prodotto di pregio, calpestabile subito dopo la posa, si consiglia di scegliere un parquet prefinito.

Autorespiratore: cos’è, come si utilizza L’autorespiratore è un dispositivo di protezione individuale (DPI) per le vie respiratorie. Il suo utilizzo e le sue caratteristiche sono delineati nel decreto legislativo 81 del 2008, in cui compaiono gli obblighi e le responsabilità nell’utilizzo di una serie di protezioni per garantire sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. Ma di che si tratta? Anche se vi sono diversi modelli in base allo spazio in cui si utilizza, in generale l’autorespiratore è un apparecchio che contiene una riserva d’aria, e si utilizza per proteggere le vie respiratorie in situazioni in cui l’ambiente è inquinato, oppure quando manca l’ossigeno. Ad esempio, fa parte dell’equipaggiamento antincendio dei vigili del fuoco, ma anche di chi lavora con calamità, emergenze, e in tutti i casi in cui vi sono pericoli di esposizione ad agenti chimici o comunque tossici. Le tipologie di auto respiratore Questa tipologia di dispositivo di protezione individuale si divide in due categorie: ●      autorespiratore a ciclo aperto ●      autorespiratore a ciclo chiuso L’autorespiratore a ciclo aperto prevede una bombola come riserva d’aria, e una valvola di scarico sulla maschera che permette di espirare l’aria nell’ambiente. L’autorespiratore a ciclo chiuso, invece, prevede il riciclo dell’aria espirata tramite un circuito apposito e la sua purificazione per entrare poi nelle vie respiratorie. La tipologia di autorespiratore utilizzata dai vigili del fuoco I vigili del fuoco utilizzano un autorespiratore a ciclo aperto. In genere le bombole che contengono l’aria hanno una capacità di circa 7 litri, e la bombola è inserita in uno schienale di plastica, poi collegata alla maschera facciale con un tubo regolabile. Questo tipo di autorespiratore prevede anche un manometro che permette di verificare la pressione della bombola e la possibilità di collegare un’altra maschera o un cappuccio per il soccorso. Quando l’aria sta per terminare, un segnalatore acustico emette un sibilo ad alto volume. L’autorespiratore per gli spazi confinati Gli spazi confinati in genere sono rappresentati da ambienti in cui ci sono pericoli gravi a causa della mancanza di ossigeno, o di sostanze pericolose nell’atmosfera. Possono essere spazi confinati gli ambienti poco ventilati di uffici, fabbriche, aziende, ma anche serbatoi, piscine, vasche, reti fognarie. In questo caso l’autorespiratore è necessario per ridurre i rischi e garantire la sicurezza dei lavoratori. Come indossare l’autorespiratore Anche se il suo utilizzo non è complicato, sono previsti corsi di addestramento specifici che comprendono l’uso dell’autorespiratore nel luogo previsto, una serie di esercizi, e le norme su come usarlo. È importante verificare ad esempio che la maschera sia ben posizionata sul viso, e che le strutture per tenerlo, come spallacci e cintura, siano legati in modo corretto sul corpo. Prima di indossarlo, inoltre, è necessario il controllo del medico del lavoro, che certifica le condizioni psicofisiche di chi lo indossa. Queste condizioni dipendono da molti fattori, tra cui l’età, il tipo di lavoro, e la corporatura.

Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile: cos’è Con la firma dell’atto costitutivo è diventato operativo in Italia il Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile. Con un finanziamento di 394 milioni di euro dal 2023 al 2025, si tratta del progetto più importante a livello nazionale per mettere in pratica il passaggio al green del settore dei trasporti italiano. I soggetti coinvolti nella nascita del centro sono 49 e abbracciano il settore pubblico, quello privato così come quello accademico. Infatti, oltre alle principali università italiane, il progetto vede la partecipazione di una serie di aziende private e di enti di ricerca. Gli obiettivi del Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile Nei prossimi decenni, la sfida più importante da raggiungere riguarda la sostenibilità e il raggiungimento della neutralità di carbonio entro il 2050. La mission del centro secondo i fondatori è favorire il passaggio green e digitale. L’obiettivo è fare in modo che industrie di settore e istituzioni locali riescano a mettere in pratica delle soluzioni sostenibili e moderne in tutto il territorio italiano. Il centro nasce da un dato di fatto: gli studi indicano che nel 2030, il settore dei trasporti arriverà a un valore complessivo di 220 miliardi di euro, coinvolgendo il 12% della forza lavoro. Quali sono gli scopi del Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile? La promozione della mobilità sostenibile è lo scopo principale del centro, anche attraverso processi e prodotti digitali, come la manutenzione predittiva, il monitoraggio e la gestione intelligente. Queste tecnologie, infatti, possono ridurre gli incidenti mortali e rendere più efficienti i sistemi di mobilità sia pubblici che privati. Infine, tra gli scopi del centro rientra la creazione di una mobilità accessibile, che possa rendere più forte tutta la filiera, e aumentare la competitività nazionale. I punti chiave del progetto Il progetto individua sei punti chiave su cui lavorare: ●      decarbonizzazione; ●      decongestione delle reti di trasporto; ●      mobilità autonoma connessa e smart; ●      sicurezza dei veicoli e delle infrastrutture; ●      accessibilità; ●      inserimento nel mercato di nuove professionalità e competenze. I settori su cui si applica l’intervento dei professionisti del centro sono: ●      mobilità aerea; ●      veicoli stradali sostenibili; ●      trasporto per vie d’acqua; ●      trasporto ferroviario; ●      veicoli leggeri; ●      mobilità attiva. Le sedi del centro e le nuove assunzioni Il centro avrà la sua sede principale a Milano, presso il Politecnico, che è l’ente proponente, e 14 punti strategici distribuiti in tutto il territorio, secondo le direttive di riequilibrio territoriale stabilite dal PNRR. Gli investimenti previsti consentono anche l’assunzione di quasi 700 ricercatori specializzati, e circa 570 neoassunti. La creazione del centro dedicato alla modalità sostenibile rientra, insieme con la creazione di altri 5 centri, tra gli obiettivi stabiliti dall’agenda della ricerca europea. Gli altri centri riguardano tematiche tecnologiche come la biodiversità, le tecnologie dell’agricoltura, lo sviluppo di farmaci con tecnologia a RNA, e il calcolo e l’analisi dei dati ad alte prestazioni.

Intelligenza artificiale: pericolo o opportunità? Nelle aziende, così come in molti altri settori, le tecnologie di intelligenza artificiale sono sempre più presenti, e vengono utilizzate tutti i giorni. Il machine learning, i big data, la blockchain: si tratta di tecnologie che pongono diverse sfide, e che portano la comunità scientifica a chiedersi se davvero in futuro potranno sostituire il lavoro umano. In realtà, nonostante le perplessità, le caratteristiche di queste tecnologie e quelle dell’essere umano suggeriscono che ci sono almeno quattro buoni motivi per cui è sbagliato pensare che “i robot” ci ruberanno il lavoro. Ecco quali sono. Le attività più a rischio sono quelle manuali Le tecnologie di intelligenza artificiale rendono molte attività automatizzate, più veloci, e meno rischiose, ma ciò vale in particolare per ciò che riguarda le attività manuali, i lavori semplici, ad esempio in settori come la logistica e la catena di approvvigionamento. Ma l’insieme di competenze che hanno i professionisti umani non potrà mai essere sostituito. Basti pensare alle capacità di negoziazione, alle trattative, al rapporto umano che si instaura tra clienti, dipendenti e fornitori. La formazione permanente è un buon investimento Come dimostra la presenza crescente in molte aziende dei cobot, le professioni meno qualificate potrebbero essere a rischio, perché sostituite dall’intelligenza artificiale. È importante, quindi, continuare a formarsi, seguire corsi di aggiornamento, e aggiornare le competenze sia professionali che personali, perché le professioni che hanno un alto potere decisionale, con competenze qualificate, non potranno essere sostituite da un robot. La complessità dei lavori di approvvigionamento In azienda esistono professioni che raggruppano conoscenze e competenze complesse. Prendendo ad esempio il lavoro di approvvigionamento, le tecnologie di intelligenza artificiale si rivelano fondamentali per ciò che riguarda la possibilità di elaborare enormi quantità di dati in brevissimo tempo, ma esiste una serie di competenze che non potranno mai essere sostituite. I professionisti dell’approvvigionamento riescono infatti a gestire e a mantenere relazioni con i portatori di interesse nelle aziende, con i consumatori, con i fornitori, creando vantaggi competitivi e valore aggiunto per l’azienda. Si tratta di competenze umane inaccessibili ai robot. L’intelligenza artificiale affianca ma non sostituisce l’uomo In conclusione, l’intelligenza artificiale sarà sempre più indispensabile nell’azienda, ma per coadiuvare e affiancare le attività tipiche dell’essere umano. Vi sono infatti competenze che l’intelligenza artificiale svolge meglio, come la raccolta e l’analisi dei dati, i controlli automatici, e tutta una serie di attività manuali. In questo senso, i robot potranno essere un valido aiuto per l’uomo, che potrà quindi continuare a lavorare in azienda concentrandosi sul valore strategico delle proprie professionalità.

La logistica in Italia: il ruolo dell’operatore logistico nel magazzino Nonostante il breve arresto a cui si è assistito a seguito della pandemia, il settore della logistica in Italia è ancora in buona salute. Infatti, i dati parlano di una ripartenza, con un riavvicinamento del fatturato della logistica conto terzi ai livelli pre-pandemia, che nel 2019 arrivava a 87 miliardi. Il settore è trainato nello specifico verso la logistica sostenibile, in particolare per ciò che riguarda la riduzione dell’impatto ambientale dei trasporti. Ma chi è l’operatore logistico? Quali sono le sue funzioni principali e perché è conveniente avvalersene? Chi è l’operatore logistico e quali sono le sue funzioni L’operatore logistico è colui che si occupa, per conto di un’altra azienda in base ad accordi commerciali, di tutte le attività legate alla filiera, come ad esempio la fornitura, il trasporto, lo stoccaggio, la distribuzione dei prodotti e dei servizi aziendali. L’obiettivo principale di un operatore logistico è quello di garantire l’efficienza all’azienda per cui lavora riguardo all’acquisizione, alla movimentazione e alla distribuzione dei prodotti. Compito dell’operatore logistico è pertanto possedere le tecnologie e le infrastrutture fisiche per sviluppare al meglio il lavoro. Le fasi di lavoro dell’operatore logistico Le funzioni dell’operatore logistico comprendono vari aspetti: 1.     Elaborazione degli ordini: in questa fase il compito dell’operatore logistico è quello di raccogliere le informazioni per l’ordine, verificarlo e trasmetterlo. 2.     Movimentare il materiale: questa funzione comprende tutto ciò che riguarda lo spazio che occupa la merce, la quantità della merce stessa, e i tempi e luoghi per movimentarla. 3.     Imballaggio: questa fase comprende il sistema e la protezione che devono avere le merci. 4.     Trasporto: probabilmente uno dei compiti più importanti dell’operatore logistico: comprende la scelta del mezzo di trasporto più adeguato e delle rotte in base ai prodotti e i servizi da movimentare. 5.     Conservazione: questa fase riguarda il modo migliore per conservare prodotti e servizi, in relazione alle caratteristiche. 6.     Controllo delle scorte: questa fase comprende l’inventario e la sua gestione, oltre che la registrazione degli articoli, del luogo in cui sono posti e della quantità. Perché affidarsi a un operatore logistico? Scegliere un operatore logistico per movimentare le proprie merci porta diversi vantaggi a livello aziendale. Tra i principali, la possibilità di ridurre i costi di conservazione, di distribuzione e di trasporto dei servizi e dei prodotti aziendali, grazie al fatto che gli operatori lavorano in sinergia, e che si possono attuare economie di scala. In secondo luogo, affidando la logistica a un operatore esterno, il personale può concentrarsi sulle attività prettamente aziendali, e infine, è possibile accedere a tecnologie aggiornate ed efficienti.

Legno PEFC: una scelta sostenibile PEFC, Programme for the Endorsement of Forest Certification, è un programma di valutazione degli schemi di certificazione forestale presente in tutta Europa. Si tratta di un’associazione internazionale, di cui fa parte anche l’Italia, con cui si attestano i livelli di sostenibilità di una foresta. Il legno PEFC è quindi un legno proveniente da una foresta sostenibile. Questa organizzazione è stata creata nel 1999, con l’obiettivo preciso di tutelare i proprietari di piccole foreste tropicali che non erano riusciti ad ottenere una certificazione. Anche in Italia vi sono delle zone tutelate dalla PEFC. Il PEFC Italia tutela foreste, uliveti, il verde urbano, i pioppeti, e gli alberi di molte zone del nostro territorio. I rischi e pericoli del legno non sostenibile Una gestione delle foreste non sostenibile comporta una serie di rischi, che coinvolgono gli animali, le piante, le persone, l’ambiente. Infatti, l’utilizzo massiccio di carta e legname, senza il successivo rimboschimento, porta al disboscamento. Il taglio degli alberi con un ritmo superiore a quello della crescita delle nuove piante porta alla perdita della biodiversità, all’estinzione di molte specie di animali, e al peggioramento del surriscaldamento globale, perché le foreste contengono le acque, producono ossigeno e assorbono anidride carbonica. Inoltre, vengono calpestati i diritti dei lavoratori, e dei proprietari di questi terreni. Quali sono le caratteristiche di una foresta PEFC? Secondo le linee guida di questa organizzazione quindi, la foresta PEFC si basa sulle seguenti caratteristiche: ●       tutela delle specie vegetali e animali presenti nella foresta nel rispetto della biodiversità; ●       rispetto dei ritmi di crescita del legno; ●       rimboschimento delle zone disboscate; ●       rispetto delle popolazioni indigene, dei lavoratori, e dei proprietari dei terreni. Le certificazioni del PEFC Italia I costruttori e i proprietari di foreste, tramite un iter molto severo, possono richiedere e conseguire certificazioni del PEFC Italia. Nel nostro paese esistono due tipologie di certificazioni. ●       Certificazione PEFC per la Gestione Forestale Sostenibile (GFS): questa certificazione garantisce che le foreste siano gestite secondo gli standard previsti dall’associazione. È rivolta quindi ai proprietari. ●       Certificazione PEFC per la Catena di Custodia (CoC): Questa certificazione certifica che i prodotti sono realizzati con legno che proviene da foreste sostenibili, e lavorato, trasformato e distribuito rispettando la sostenibilità. È rivolta quindi alle aziende nel settore. Perché scegliere il legno PEFC? Scegliere un legno proveniente da foreste PEFC per scopi residenziali, o industriali, significa contribuire alla riduzione dell’anidride carbonica, tutelare l’ambiente, la biodiversità, e soprattutto ottenere un legno certificato. Questo tipo di legno, infatti ha una completa tracciabilità: dalla zona di produzione, fino alla produzione, e alla vendita, il legno PEFC rispetta tutti i principi della gestione sostenibile. Una scelta etica, che oltre a tutelarci, assesta un duro colpo alle attività illegali con cui si disboscano intere zone senza criterio.

Sicurezza in magazzino: come prevenire gli incidenti La prevenzione degli incidenti e la riduzione dei rischi in magazzino sono tematiche molto attuali in Italia e l’adozione di sistemi efficaci e misure aggiornate si rivela sempre più necessaria. I dati INAIL 2022 riportano un aumento degli infortuni sul lavoro, passando dalle oltre 128.000 segnalazioni di infortunio dei primi tre mesi del 2021 alle oltre 194.000 del primo trimestre 2022. Il settore della logistica industriale e il magazzino in particolare sono sede di svariati fattori di rischio. Dall’utilizzo dei carrelli elevatori alla movimentazione manuale, è importante prevedere strumenti specifici di prevenzione e protezione e rispettare scrupolosamente tutte le norme legate alla sicurezza europee e italiane. I rischi di incidenti legati ai carrelli elevatori in magazzino I carrelli elevatori vanno manovrati seguendo i regolamenti specifici in materia, come la direttiva generale europea EN 15629 che stabilisce le attrezzature di movimentazione da utilizzare nei magazzini. I rischi dei carrelli elevatori comprendono il ribaltamento e il rovesciamento e le conseguenti cadute di materiale, con possibili danni per i lavoratori e le attrezzature. Inoltre, una manutenzione non adeguata dei carrelli può provocare inalazione di fumi di scarico e l’esplosione del motore a combustione. I rischi di incidenti legati alle movimentazioni manuali in magazzino Tra gli infortuni più diffusi del personale del magazzino vi sono le lesioni alla schiena, in particolare a livello lombare, dovute a una movimentazione errata. Scaricare e caricare i pallet, e disporre le merci negli scaffali sono operazioni che hanno bisogno di una formazione adeguata del personale, che sappia come svolgere al meglio queste operazioni senza danneggiare la colonna vertebrale. Come prevenire gli incidenti in magazzino? Attrezzature e protezione L’osservanza scrupolosa dei regolamenti di lavoro è il primo fattore fondamentale. È importante poi che il personale indossi l’abbigliamento da lavoro adeguato, come guanti e scarpe antinfortunistiche, tute, ma anche specifiche fasce lombari per gli operatori che movimentano le merci manualmente. La sicurezza del magazzino prevede inoltre la presenza di segnaletica e protezioni, zone antiscivolo, barriere e guarnizioni isolanti. Infine, la cassetta del pronto soccorso deve essere sempre presente e completa di tutte le medicine per il primo intervento. Come prevenire gli incidenti in magazzino? l’importanza della manutenzione La direttiva europea EN 15635 in materia di sicurezza sul lavoro rende obbligatoria l’ispezione periodica del magazzino, sia da parte del personale che ci lavora che da parte del responsabile della sicurezza aziendale. Nello specifico, il personale del magazzino ha l’obbligo di controllare visivamente ogni giorno le scaffalature e gli impianti, segnalando immediatamente le anomalie. Una volta alla settimana, invece, il responsabile della sicurezza deve verificare le strutture delle scaffalature e il magazzino, valutando eventuali danni e comunicandolo affinché vengano rispettate le norme di sicurezza.

Gli incendi: una piaga in tutto il pianeta Oltre 8 milioni di ettari di foreste distrutti in Europa dal 2000 al 2017; oltre 10 milioni di acri bruciati negli Stati Uniti soltanto nel 2020. Danni economici, ambientali e umani, aggravati dal Climate Change. I dati rilevati da Greenpeace e dal Servizio di Ricerca del Congresso USA confermano una situazione allarmante riguardo agli incendi. La necessità di prevenirli, o di intervenire quando l’incendio è ancora piccolo sono alla base di tre progetti di ricerca recenti che si basano sull’Internet of Things per comunicare i dati in tempo reale e permettere ai Vigili del Fuoco di intervenire rapidamente. Si tratta rispettivamente di sensori progettati in Arabia Saudita, del progetto BurnMonitor ideato in California e del progetto OFIDIA2, finanziato dal Programma Interreg V-A Grecia–Italia 2014-2020 e coordinato dalla Fondazione CMCC, Centro Euro-mediterraneo sul Cambiamento Climatico. Droni e Sensori IoT in Arabia Saudita I ricercatori dell’Università King Abdullah dell’Arabia Saudita hanno messo a punto un sistema composto da sensori IoT distribuiti nelle foreste e droni a pilotaggio remoto, che consente ai vigili del fuoco di rilevare i principi di incendio e intervenire in modo tempestivo. Il progetto prevede l’impiego di sensori IoT a basso costo, inseriti in zone a rischio delle foreste, che individuano e segnalano fumo e calore. I dati sono raccolti da droni che sorvolano la foresta e rientrano alla base comunicandoli per segnalare l’incendio. Sensori wireless in Europa Questo progetto prevede una rete composta da sensori wireless, videocamere e droni per monitorare in tempo reale le zone a rischio di Grecia e Puglia, difficili da raggiungere in altro modo. Un insieme di sensori installati sui tronchi degli alberi rileva parametri meteorologici ed eco fisiologici e riesce a individuare le fiamme fino a 200 metri di distanza, oltre a dati fondamentali come la direzione del vento e lo stato delle piante. Le videocamere installate nei boschi e i droni inviano immagini in tempo reale, consentendo alla Protezione Civile di tenere sotto controllo gli incendi. Una rete di sensori IoT in California BurnMonitor è un progetto ideato per il Moraga-Orinda Fire District in California dall’Università di Berkeley e dall’Istituto di ricerca nazionale francese per la scienza e la tecnologia digitale (INRIA). In questo caso il progetto prevede l’integrazione tra sistemi IoT e piattaforme cloud e l’installazione di una rete di sensori di rilevamento del fuoco nelle aree più a rischio, progettati per resistere a temperature fino a 125 gradi. I sensori formano una rete wireless collegata a un modem 3G: in presenza di un incendio, i dati sono inviati in tempo reale sul cloud di BurnMonitor consentendo un intervento tempestivo.

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