Il ritorno dell’atomo: tra promessa tecnologica e realismo industriale

Centrali più piccole o di IV generazione con rifiuti meno ingombranti e che decadono prima. Questo il futuro del nucleare destinato ad affiancare le rinnovabili dando continuità alla produzione di energia Dopo decenni di stallo, il nucleare è tornato al centro del dibattito globale. Ma il suo volto oggi è diverso: più “smart”, più modulare, più orientato alla sostenibilità. A spingere questa nuova ondata sono quattro fattori chiave: la sicurezza energetica, la necessità di raggiungere la neutralità climatica, l’ingresso di capitali privati nell’innovazione atomica e una nuova ondata tecnologica che sembra velocizzare il cambiamento. Il nucleare di nuova generazione si articola lungo due direttrici. Da un lato, i reattori modulari di piccola taglia (SMR) e quelli di quarta generazione (Gen-IV), che promettono maggiore sicurezza e minori scorie. Dall’altro, la fusione, ancora in fase sperimentale ma al centro di un intenso sforzo industriale tra Stati Uniti ed Europa. Startup come Oklo, NuScale, TerraPower, Rolls-Royce SMR e Kairos Power lavorano sulla fissione avanzata, mentre Commonwealth Fusion Systems, Helion, Marvel, Renaissance e Proxima Fusion guidano la corsa alla fusione. In Europa, progetti come Newcleo (con sedi a Torino e Londra) e la tedesca Proxima Fusion collegano direttamente ricerca e manifattura ad alto valore aggiunto. Un ecosistema ampio e complesso che, bisogna essere onesti, pur avendo attratto molti capitali, non ha ancora portato soluzioni valide sul mercato. I vantaggi Il principale punto di forza dell’atomo resta la continuità di produzione: un reattore funziona 24 ore su 24, indipendentemente dal meteo. Questo lo rende complementare alle rinnovabili, che soffrono di intermittenza. I nuovi reattori integrano sistemi di sicurezza passiva, riducendo drasticamente il rischio di incidenti, e puntano a utilizzare combustibili innovativi o riciclo del plutonio, con potenziali benefici ambientali nel lungo periodo. Dal punto di vista climatico, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) stima che mantenere o espandere la quota di nucleare potrebbe evitare fino a 4 miliardi di tonnellate di CO₂ entro il 2050. Tra l’altro, il ritorno dell’atomo avrebbe delle ricadute dirette in termini industriali, un crescita del settore potrebbe infatti sostenere l’industria europea nella componentistica di precisione, nell’automazione e nei materiali avanzati — ambiti in cui Italia e Germania dispongono, tradizionalmente, di forti competenze diffuse. I limiti Nonostante le promesse, il nucleare resta un’opzione complessa. I costi di costruzione sono elevati e i tempi lunghi: gli SMR mirano a ridurli, ma moltiplicano il numero di impianti da gestire e i problemi autorizzativi. Le tecnologie Gen-IV e la fusione richiedono ancora decenni di sviluppo prima della maturità industriale. A ciò si aggiungono le resistenze locali (il fattore NIMBY) e la necessità di un quadro regolatorio chiaro e stabile messo in continua discussione da una volontà politica quanto meno altalenante. Limiti importanti che si presentano quasi come una sfida ideologica dal momento che non c’è alcuna certezza che alcune soluzioni tecnologiche vengano necessariamente trovate — e forse nemmeno condivise Sul piano economico, le rinnovabili restano oggi più competitive: il costo livellato dell’energia (LCOE) del nucleare di nuova generazione è stimato oltre i 120-150 $/MWh, contro i 40-60 $/MWh del solare e dell’eolico con accumulo. Tuttavia, il nucleare sarebbe destinato a fornire capacità di base e stabilità alla rete, un valore crescente in sistemi dominati da fonti intermittenti. Perché (forse) sì Visto da un altro punto di vista per l’Europa e l’Italia, l’atomo non è una scorciatoia, ma una scelta strategica. Potrebbe finalmente assicurare indipendenza energetica, ridurre fin quasi ad azzerare l’uso di gas nei picchi invernali e aprire nuove filiere industriali — dai componenti dei reattori ai materiali per la fusione. Tuttavia, richiede politiche pubbliche coerenti, investimenti a lungo termine e un approccio realistico. Oggi le priorità restano rinnovabili, accumuli e gestione intelligente della domanda. Se la corsa tecnologica manterrà le promesse, il “nuovo nucleare” potrebbe affiancare il solare, l’eolico e l’idrogeno come pilastro di un sistema energetico decarbonizzato. Non sappiamo se sarà un sequel o un nuovo inizio. Ma il ritorno dell’atomo è ormai parte del copione della transizione energetica
Il futuro delle fiere

Oltre il 2030 tra metaverso, ibridazione e sostenibilità radicale Perché il digitale sarà fondamentale, ma il valore umano resterà insostituibile Che cosa sarà una fiera nel 2035? Una piattaforma digitale? Un universo in realtà aumentata? Un mercato iperconnesso 24/7? O semplicemente un luogo dove stringersi la mano, guardarsi negli occhi – e dirsi “ci conosciamo da anni, ma finalmente ci incontriamo”? L’impressione, osservando i progetti delle grandi piattaforme espositive internazionali, è che il settore fieristico stia vivendo una doppia tensione: da un lato la frenetica corsa all’innovazione digitale, dall’altro l’intramontabile necessità di relazioni fisiche e autentiche. La verità? Nessuna delle due dimensioni può sopravvivere davvero senza l’altra. Fiere sempre aperte, sempre connesse: ma siamo pronti per una “perma connessione”? Il futuro delle fiere non sarà più scandito da “edizioni annuali”, ma da un flusso continuo di interazioni, matchmaking, vetrine digitali e contenuti live. La fiera del 2035 sarà uno spazio fluido, integrato, probabilmente ibrido – ma qualcosa ci dice che una fiera “sempre accesa” non basterà a garantire maggior valore. La vera sfida? Progettare piattaforme capaci di accendere connessioni rilevanti, non semplici “matching” algoritmici. Perché se la tecnologia non migliora la qualità della relazione, rischia di trasformare la fiera in un e-commerce travestito da evento. Metaverso, avatar, interazioni 3D: il rischio della fiera-simulacro Il metaverso applicato al mondo fieristico si presenta come la porta magica verso una nuova era di interazioni, demo coinvolgenti, marketplace senza confini. Bello, in teoria. Ma il rischio è creare eventi digitali tanto perfetti quanto sterili, dove tutto funziona ma niente sorprende. Perché una fiera, alla fine, resta una macchina delle emozioni: vibra di energia creativa, ha lo stupore degli allestimenti, lo scambio diretto, il rumore di fondo che diventa pensiero laterale. Portare tutto questo nel digitale non è impossibile. Ma richiede progettisti del futuro con sensibilità umane e culturali – non solo ingegneri del dato. Sostenibilità radicale: non solo un’etichetta ma un impegno culturale Da anni le fiere dichiarano impegni per l’ambiente: padiglioni green, materiali riciclabili, biglietti digitali. Ma ormai serve molto di più. Il futuro espositivo dovrà essere etico, rigenerativo, trasparente. Non basta ridurre le emissioni: bisogna restituire valore ai territori, utilizzare la fiera come generatore di politiche urbane intelligenti, favorire comunità locali e internazionali. È giunto il momento di passare dalla sostenibilità come prassi tecnica alla sostenibilità come cultura, che coinvolge espositori, organizzatori e visitatori. Perché l’impatto di un evento non è solo la CO₂ risparmiata, ma anche il senso di appartenenza che genera. “Le fiere non hanno mai perso il loro senso. È il mondo che gira più veloce attorno a loro.” Fiera è dialogo, dubbio, contrasto: chi pensa il futuro vuole anche ascoltarlo Il 2035 non sarà l’anno in cui spariranno i padiglioni. Né quello in cui tutto si farà da remoto. Sarà piuttosto un tempo in cui si tornerà a progettare “con” le comunità, non solo “per” i mercati. Le fiere saranno forse meno statiche e più leggere, meno monolitiche e più disseminate, meno show e più contenuto ragionato. La vera domanda del futuro non è se faremo fiere diverse. Ma se avremo il coraggio di renderle capaci di cambiare i mondi in cui agiscono.
Space economy: l’Europa punta in alto nella nuova corsa allo spazio

La space economy europea è in piena espansione, trainata da nuove tecnologie, investimenti pubblici e da una domanda crescente di servizi satellitari. Italia, Germania e Francia sono tra i Paesi più attivi, con una filiera che conta centinaia di imprese e un mercato plurimiliardario. Crescono applicazioni in agricoltura, energia, sicurezza e comunicazioni. C’è un filo rosso che unisce i razzi di SpaceX, la corsa al turismo spaziale e la miniaturizzazione dei satelliti: la space economy. Questa nuova frontiera mescola intelligenza artificiale, gestione dei dati, informatica e materiali avanzati, aprendo lo spazio anche alle piccole e medie imprese. I satelliti, un tempo simbolo di tecnologia d’élite, sono oggi accessibili a un numero crescente di aziende. Dati e telecomunicazioni sono asset strategici e sempre più si governano “dal cielo”: oltre ai cavi sottomarini, esistono canali di comunicazione wireless e piattaforme satellitari che trasmettono informazioni e producono immagini ad alta risoluzione — fino al centimetro — utili per analizzare il territorio e, se integrate con altre tecniche, per ottenere informazioni anche sul sottosuolo. Negli ultimi anni l’economia dello spazio ha smesso di essere un affare esclusivo di agenzie governative e grandi multinazionali: è diventata un motore industriale che genera servizi, dati e applicazioni terrestri. Il suo valore globale è stato stimato in circa 630 miliardi di dollari nel 2023, con proiezioni fino a 1,8 trilioni entro il 2035. La crescita ha anche una dimensione geopolitica: il drammatico conflitto in Ucraina (dal 2022) ha infatti aumentato l’attenzione sulla sicurezza e sul controllo dello spazio. In Europa lo sviluppo è sostenuto da programmi pubblici rilevanti: il Programma spaziale Ue 2021–2027 dispone di circa 14,8 miliardi di euro per infrastrutture come Galileo e Copernicus e per servizi di comunicazione sicura. Anche la PAC (politica agricola comunitaria che vale 1/4 del bilancio EU), a partire dal 2024, impiega immagini Sentinel del programma Copernicus per controlli sulle domande di contributo, attraverso sistemi di monitoraggio dell’area (Area Monitoring System). Anche l’Italia sta ampliando la propria presenza. Spinte da politiche regionali e dalla ristrutturazione dell’automotive, molte imprese stanno riconvertendo competenze e produzioni: dalla Puglia al Piemonte, passando per Lombardia e Campania. Report recenti indicano oltre 400 imprese attive nella filiera spaziale italiana, circa 13.500 addetti e un fatturato complessivo di alcuni miliardi. Le esportazioni del comparto, nel 2023, sono state stimate in circa 7,5 miliardi di euro. La crescita però non riguarda solo l’Italia. In Francia il settore spaziale conta circa 1.700 imprese e oltre 33.000 addetti (INSEE, 2020), con un fatturato superiore ai 10 miliardi e una leadership consolidata grazie al CNES e a grandi fornitori industriali. Nel 2024, la Germania ha registrato un fatturato nel settore aerospaziale pari a 52 miliardi di euro, con un incremento del +13% rispetto all’anno precedente. Di questi, 49 miliardi derivano dall’aviazione civile e militare, mentre 3 miliardi sono riconducibili alla space economy, con 9.000 occupati specializzati. La Svizzera, infine, è un attore di nicchia ad alto valore aggiunto: il governo sostiene l’attività spaziale con investimenti pubblici e un ecosistema di imprese e centri di ricerca altamente specializzati. Il finanziamento pubblico resta centrale: governi e agenzie hanno stanziato risorse per ricerca, micro-satelliti, lanciatori e servizi downstream, favorendo la nascita di startup e il rafforzamento delle PMI. Tra i segmenti più dinamici c’è l’Osservazione della Terra, applicata ad agricoltura, infrastrutture, gestione del territorio, energy management e assicurazioni. Qui i dati devono essere interpretati: competenze in AI e analisi algoritmica si integrano con il know-how settoriale. Si stanno inoltre creando connessioni inedite tra settori: la Motor Valley mette a sistema competenze su materiali avanzati; la moda e l’alimentazione esplorano soluzioni per abbigliamento tecnico e nutrizione spaziale; università e centri di ricerca sperimentano in orbita materiali e applicazioni che poi tornano utili all’industria a terra. In tutta Europa nascono alleanze tra grandi imprese, università e PMI che rivalutano il patrimonio manifatturiero, proiettandolo verso il futuro. Le sfide restano: attrarre capitale privato e venture capital, far crescere le startup fino a scala industriale e potenziare la formazione specialistica. La vera opportunità è consolidare la filiera e trasformare la domanda di dati spaziali in valore economico concreto, rendendo l’impulso pubblico attrattivo per investitori e competitivo a livello internazionale.
Energia intelligente per un’industria più efficiente e sostenibile

Soluzioni per la transizione energetica nell’industria: reti smart, idrogeno, stoccaggio e AI al centro dell’innovazione Dal 20 al 24 aprile 2026, il cuore pulsante dell’industria mondiale tornerà ad animarsi ad Hannover, dove la fiera internazionale HANNOVER MESSE metterà al centro la trasformazione energetica nei processi produttivi con l’area tematica “Energy & Industrial Infrastructure”. Una vera e propria piattaforma hi-tech, che presenterà soluzioni e tecnologie avanzate per rendere la manifattura più efficiente, resilienti e a basse emissioni, grazie a un mix di innovazione tecnologica, digitale e infrastrutturale. Energia, AI e industria: una nuova sinergia In un mondo industriale sempre più elettrificato, automatico e interconnesso, il tema dell’energia è una vera sfida di governance: come garantirne continuità, flessibilità e convenienza in un contesto di transizione ecologica e di fabbriche 4.0? A rispondere saranno i principali players mondiali dell’energia industriale, con tecnologie smart che spaziano da sistemi di stoccaggio e gestione digitale delle reti fino alle celle a combustibile a idrogeno e ai gemelli digitali per il controllo predittivo. Il cluster “Energy & Industrial Infrastructure”, che si estende nei padiglioni 11, 12 e 13, non solo darà spazio a soluzioni già operative, ma ospiterà anche una visione del futuro dell’industria energetica, dove intelligenza artificiale, cloud industriale, cybersecurity OT e decarbonizzazione convergono per alimentare i processi produttivi. Energia sotto controllo: dall’automazione ai digital twin All’interno del cluster “Power Engineering & Energy Automation”, aziende come Siemens, Schneider Electric e Altech Batteries mostreranno come i sistemi energetici possano diventare più intelligenti e adattivi, grazie a tecnologie di automazione avanzate, all’integrazione con l’IIoT e a simulazioni in tempo reale basate su modelli digitali. Qui, la parola chiave sarà efficienza dinamica: infrastrutture energetiche capaci di regolare i consumi, evitare dispersioni, adattarsi alle richieste variabili della produzione e prevedere eventuali disfunzioni. Stoccaggio e infrastrutture: energia pronta quando serve In un’industria che punta alla neutralità climatica, gli stoccaggi energetici e la gestione intelligente delle reti non sono più un plus, ma una necessità. Il cluster “Energy Infrastructure & Storage Solutions” sarà il punto di riferimento per sistemi avanzati di batterie, idrogeno, soluzioni termiche e reti intelligenti in grado di collegare stabilimenti, fonti rinnovabili e mobilità elettrica. Il tutto con un focus su resilienza, economicità e sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Idrogeno: il nuovo carburante per la manifattura Tra le tecnologie emergenti, l’idrogeno si conferma un protagonista assoluto. Al cluster “Hydrogen Technologies”, oltre 300 aziende e centri di ricerca mostreranno soluzioni concrete per integrare l’idrogeno nella produzione industriale: dalla fornitura di calore ai processi chimici fino agli impianti modulari a celle a combustibile. Un ruolo importante lo avrà anche l’area speciale “Hydrogen + Fuel Cells EUROPE”, con dimostrazioni pratiche, workshop tecnici e opportunità di networking internazionale. Se la tua azienda produce, integra o utilizza tecnologie per la transizione energetica, HANNOVER MESSE 2026 è il posto giusto per trasformare visione e dialogo in futuro industriale.
Robot 2.0: nati per stupire, pronti a lavorare

Dalla magia dei film ai robot con occhi, tatto e cervello artificiale: come si stanno trasformando in strumenti flessibili, intelligenti e (quasi) autonomi – pronti a rivoluzionare il lavoro nelle aziende I robot al cinema I robot, prima ancora di essere davvero costruiti, sono nati sul grande schermo – e non erano esattamente pratici. Dalla Maria androide di Metropolis (1927), che più che un automa sembrava una dea d’acciaio, ai rugginosi aiutanti di Star Wars, i robot del cinema sono stati, per decenni, più personaggi che dispositivi. Non lavoravano: stupivano. Erano messaggeri del futuro, simboli di un’umanità affascinata – e un po’ spaventata – da ciò che poteva nascere dalla macchina. Certo, certe previsioni erano azzeccate: in 2001: Odissea nello spazio, HAL 9000 ci ha messo in guardia sui limiti dell’intelligenza artificiale. In Blade Runner, i replicanti sollevavano già domande su dove finisce l’umano e dove comincia la macchina. Ma per anni, la funzione principale dei robot è stata quella di farci sognare. Non costruiti per lavorare, ma per stupire. Erano buffi, erano inquietanti, ma soprattutto: erano visionari. Perché quei robot cinematografici, costruiti appunto “per stupire” e non “per lavorare”, ci hanno preparati al futuro. Oggi, infatti, non ci stupirebbe scoprire che un piccolo droide è in grado di ripararsi da sé o che un meccanismo possa riconoscere il tuo umore. Tutto questo, finalmente, non appartiene più soltanto alle pellicole. Occhi che vedono, mani che afferrano – I robot di oggi Oggi i robot sono passati dall’essere comparse cinematografiche a veri professionisti. La rivoluzione è iniziata quando hanno iniziato… a vederci. Letteralmente. Le nuove generazioni di “occhi robotici” sono in grado di percepire la profondità con precisione millimetrica. E non lo fanno solo da fermi: anche in movimento, sotto il sole o in una fabbrica caotica, questi sensori permettono ai robot di costruirsi un quadro tridimensionale perfetto di ciò che li circonda. Ma il salto vero, oggi, è un altro: i robot non imparano solo movimenti, imparano concetti. Grazie a sistemi di apprendimento che mescolano vista, tatto e linguaggio, i robot sono in grado di distinguere una mela acerba da una matura, o di capire come aprire un blister di medicinali. Piccole azioni, certo, ma enormi conquiste per una macchina. Così come oggi un robot non è solo efficiente, è anche… educato. I nuovi sistemi di navigazione sono progettati per anticipare il movimento delle persone e fare un passo indietro, piuttosto che avanzare come bulldozer. Niente più incidenti al supermercato: il robot si ferma, si scansa e lascia passare, con una gentilezza quasi umana. I robot del futuro Il futuro dei robot si ispira sempre più alla natura. Non più solo bracci rigidi, ma strutture flessibili, simili ai tentacoli di un polpo o alle proboscidi degli elefanti. Questi “robot morbidi” possono flettersi, avvolgersi, entrare in spazi stretti e compiere gesti delicati, come afferrare una fragola senza schiacciarla o entrare nel corpo umano per operare con precisione. E se questa natura “morbida” li rende vulnerabili, allora si curano da soli. I nuovi materiali autorigeneranti restituiscono ai robot una capacità tipica degli organismi viventi: l’autoguarigione. Se una parte si taglia, si piega o si rompe, viene riparata automaticamente grazie a reazioni chimiche interne. Immagina futuri robot che si riparano dopo una caduta, o pneumatici che non scoppiano mai più perché si ricuciono da soli. E poi c’è l’interazione con l’uomo. I nuovi software permettono di controllare i robot non più solo con codici complicati, ma con parole, immagini e gesti. Li programmi parlandogli, mostrandogli un oggetto o compiendo un’azione: il robot osserva, impara e replica. Questo rende la macchina davvero “amica”, pronta a lavorare con noi, non al posto nostro. I robot scendono dalla nuvola e vanno a lavorare La bellezza della robotica è che, a un certo punto, scende dal piedistallo e mette letteralmente le mani in pasta. Dopo decenni passati tra cinema, sperimentazioni e prototipi, i robot entrano oggi nelle aziende con una missione precisa: rendere il lavoro più efficiente, più sicuro, e in alcuni casi più umano. Nelle fabbriche, affiancano gli operai con movimenti precisi e sensibili, capaci di manipolare componenti fragili o assistere in operazioni ripetitive. Nei magazzini, grazie a sensori avanzati, afferrano e smistano oggetti riconoscendo forma, peso e posizione. Nei laboratori, supportano tecnici e ricercatori con movimenti flessibili e strumenti che si rigenerano. Il bello è che i nuovi robot non sono più macchine isolate, ma colleghi in grado di capire gli spazi, reagire ai cambiamenti e persino prevedere i bisogni dell’ambiente in cui operano. Non si tratta più di sostituire, ma di integrare: la robotica moderna si inserisce nelle aziende come una forza abilitante, capace di ridurre errori, aumentare la produttività e liberare energie umane per compiti più creativi e meno ripetitivi. E così, passo dopo passo, ciò che un tempo stupiva al cinema ora si trasforma in silenziosa rivoluzione quotidiana. Perché sì: i robot sono nati per stupire. Ma più di tutto, sono pronti per lavorare – e lo stanno già facendo. Ma nuove possibilità portano anche nuove sfide: come garantire che un robot autonomo sia anche sicuro tra gli esseri umani? All’inizio ci spaventavano perché erano la grande novità, poi abbiamo imparato a lavorarci fianco a fianco: ma oggi, in un mondo in cui i robot sono sempre più autonomi, la vera sfida è capire dove tracciare la linea sottile tra uomo e macchina – per evitare che la tecnologia ci sfugga di mano.
Defense Production Area ad HANNOVER MESSE 2026

Una nuova piattaforma dedicata alle tecnologie produttive per la difesa, nel cuore della fiera leader mondiale dell’industria Dal 20 al 24 aprile 2026, HANNOVER MESSE tornerà a essere il punto di riferimento globale per la manifattura avanzata, la digitalizzazione e la transizione energetica. L’edizione 2026 si arricchisce di un nuovo format espositivo, la Defense Production Area, che aprirà le porte a un settore sempre più strategico per l’industria: quello della produzione destinata alla difesa e alla sicurezza. Un’area dedicata alla produzione per la sicurezza Allestita nel Padiglione 26, la Defense Production Area offrirà uno spazio di incontro per produttori, fornitori e sviluppatori di tecnologie, macchine e componenti impiegati nella realizzazione di prodotti critici per la sicurezza. Un ambito che non si limita alla sola difesa, ma che interessa anche la resilienza delle catene produttive, la cybersicurezza industriale e la protezione delle infrastrutture strategiche. Tecnologie trasversali e sinergie industriali Il nuovo format è pensato per mettere in dialogo i diversi anelli della catena del valore industriale: dall’automazione alla produzione additiva, dai materiali innovativi alla digitalizzazione dei processi. La collocazione nel Padiglione 26 non è casuale: la Defense Production Area sarà circondata da aree tematiche già fortemente orientate al futuro della manifattura, come robotica, logistica, IT/OT security, Industrial IoT e Wireless & Cloud. In questo modo si creano sinergie concrete tra mondi che condividono un’unica sfida: sviluppare una produzione più intelligente, interconnessa e sicura, capace di rispondere rapidamente a esigenze emergenti e globali. Innovazione, cooperazione e visione globale La nuova piattaforma è organizzata in collaborazione con Defence & Security Equipment International Germany (DSEI Germany), la manifestazione che debutterà nel 2027 sempre presso l’Hannover Exhibition Center. Questa partnership consolida la vocazione internazionale di Hannover Messe e conferma la fiera come hub europeo per la cooperazione tecnologica tra industria civile e difesa, con l’obiettivo comune di promuovere innovazione responsabile e sostenibile. Uno sguardo d’insieme sulla manifattura del futuro Con oltre 4.000 espositori provenienti dai settori dell’ingegneria meccanica, dell’elettronica, dell’energia e del digitale, HANNOVER MESSE 2026 offrirà una panoramica completa sulla fabbrica del futuro, dove l’intelligenza artificiale sarà il filo conduttore che unisce automazione, efficienza energetica e sostenibilità. Il Paese Partner 2026 sarà il Brasile, che porterà in fiera il dinamismo di un’economia in crescita e una prospettiva strategica sui mercati sudamericani. Un appuntamento da non perdere Per le imprese italiane e svizzere, HANNOVER MESSE rappresenta da sempre un’opportunità unica di business, networking e visione tecnologica. La nuova Defense Production Area si inserisce in questo quadro come una finestra sul futuro della produzione industriale per la sicurezza, ma anche come un laboratorio di collaborazione internazionale su temi cruciali per l’industria 4.0. L’appuntamento è ad Hannover, dal 20 al 24 aprile 2026: un luogo dove innovazione, tecnologia e partnership globali si incontrano per costruire l’industria del domani.
Il futuro è all’insegna delle stampanti 3D. La tecnologia, già impiegata in molteplici settori, compreso quello alimentare, è utile per creare ogni cosa

Le possibilità che offrono le stampanti 3D nella produzione personalizzata e nella prototipizzazione sono incredibilmente estese, tanto da rendere difficile – se non impossibile – l’individuazione di un perimetro definito sul loro impiego. Gli usi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, sono variegati e toccano diversi ambiti: domestico con il fai-da-te, industriale, medico, edilizio. Esistono addirittura modelli già in commercio dedicati al settore alimentare che permettono la manipolazione del cibo e la creazione di piatti unici. L’evoluzione degli strumenti tecnologici e l’introduzione dell’intelligenza artificiale, che ad esempio abbatte il limite della progettazione tridimensionale per i non addetti ai lavori, svincola la stampa 3D da qualsiasi ostacolo nel suo utilizzo. È dunque lecito, e sempre più frequente, domandarsi: cosa non si potrà fare tra qualche anno? Il funzionamento delle stampanti 3D La stampante 3D è una macchina che riesce a creare oggetti reali, tridimensionali, da un’idea che nasce nella testa e prende forma nel formato digitale. Rispetto alle classiche stampanti da ufficio, che lavorano con carta e inchiostro, quelle 3D depositano materiale fisico, come ad esempio plastica, resina o metallo. La stampa 3D avviene con la posa di uno strato dopo l’altro, fino alla formazione dell’oggetto completo. Tale processo prende il nome di fabbricazione additiva (o additive manufacturing) perché prevede l’aggiunta di materiale. In pratica, è l’opposto delle operazioni di fresatura e tornitura, che sottraggono materiale da un blocco iniziale. Complessivamente le fasi principali del processo di stampa 3D sono quattro: La stampante 3D e i suoi molteplici usi Quello che nel recente passato era considerato uno strumento di nicchia, per pochi appassionati, oggi si è ritagliato un posto nell’élite delle tecnologie chiave dell’innovazione moderna. Negli ultimi anni si è constatata una diffusione di stampanti 3D che ha riguardato molteplici campi: La stampa 3D sta dimostrando grande versatilità di applicazione. È allora normale intravedere nelle sue potenzialità un futuro a misura di stampanti e considerare tali apparecchiature pilastri della nuova rivoluzione industriale.
Bioeconomia europea: alleanza e visione per l’industria sostenibile

In un’Europa attraversata da tensioni geopolitiche, transizione energetica e sfide di competitività, la bioeconomia circolare si afferma come una delle strategie più concrete per coniugare sostenibilità e crescita industriale. È un modello economico che trasforma risorse biologiche rinnovabili e scarti produttivi in materiali, energia, alimenti e prodotti innovativi, riducendo la dipendenza dalle materie prime fossili e rafforzando la sicurezza economica dell’Unione. Secondo il Rapporto sulla Bioeconomia in Europa 2025 realizzato da Intesa Sanpaolo e Cluster SPRING, nel 2024 la bioeconomia europea ha raggiunto un valore di 3.042 miliardi di euro, pari all’8,7% dell’economia dell’UE27, impiegando oltre 17 milioni di lavoratori. È un meta-settore trasversale che integra agricoltura, industria, ricerca e innovazione, e che si sta imponendo come pilastro delle nuove politiche industriali europee. Nel contesto mediterraneo, dove la bioeconomia rappresenta in media più del 10% della produzione complessiva, l’Italia ha assunto un ruolo di primo piano, contribuendo per il 14% alla bioeconomia europea con un output di 426,8 miliardi di euro e oltre due milioni di occupati. Esperienze come le bioraffinerie e le filiere bio-based nate da riconversioni industriali dimostrano come la bioeconomia possa generare innovazione, occupazione e rigenerazione territoriale. Ma il fenomeno va oltre i confini del Bel Paese, coinvolgendo in maniera sempre più profonda tutta Europa, dove si sta formando un ecosistema interconnesso: le competenze del Nord Europa sulla filiera del legno e della carta si integrano con le esperienze mediterranee in agricoltura, biotecnologie e materiali sostenibili. Questa visione comune ha preso forma a Bruxelles con la nascita dell’Alleanza europea dei cluster della bioeconomia (European Bioeconomy Clusters’ Alliance, EBCA), che riunisce quattordici cluster di undici Paesi membri. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che la bioeconomia è un pilastro delle politiche europee di innovazione e competitività, ma che per sprigionarne tutto il potenziale è necessario superare le logiche nazionali e costruire un’integrazione industriale autenticamente europea. In un momento di ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali, l’Europa è chiamata a cogliere le opportunità strategiche della bioeconomia circolare: sicurezza energetica, autonomia nelle materie prime, innovazione tecnologica e resilienza produttiva. Il 2025 ha rappresentato un anno cruciale, con la presentazione del Clean Industrial Deal, dell’Action Plan on Affordable Energy, dell’Industrial Decarbonisation Accelerator Act e della nuova Strategia europea sulla bioeconomia, di cui si è appena conclusa la consultazione pubblica. Si tratta di passaggi decisivi per il futuro di un settore in cui l’Europa è tuttora leader, ma che rischia di perdere slancio a causa dell’iper-regolamentazione e della mancanza di politiche efficaci di sostegno alla domanda di bioprodotti innovativi. Come sottolineano i cluster dell’Alleanza, la sfida è ora politica e industriale: mettere la bioeconomia al centro del nuovo corso produttivo dell’Unione, con strumenti concreti per la ricerca, l’innovazione e lo scale-up tecnologico. Tra le priorità individuate figurano la riforma dei codici NACE (un sistema di classificazione statistica delle attività economiche utilizzato nell’UE per uniformare la raccolta e l’analisi dei dati sulle attività delle imprese) per le bioraffinerie, sul modello statunitense, per distinguere e valorizzare le specificità del settore, e il riconoscimento legislativo del contributo dei prodotti bio-based alla decarbonizzazione, con incentivi dedicati e requisiti minimi di contenuto biologico. L’Alleanza propone inoltre l’introduzione di appalti pubblici verdi sul modello del programma BioPreferred degli Stati Uniti, insieme a standard e sistemi di etichettatura comuni per favorire la diffusione dei bioprodotti sul mercato europeo. Parallelamente, i cluster evidenziano l’urgenza di sostenere l’industrializzazione delle tecnologie già mature, riducendo i rischi per gli investitori e promuovendo la crescita di start-up e PMI innovative. Le biotecnologie industriali, riconosciute come tecnologie abilitanti chiave nel Biotech Act dell’UE, devono diventare il motore della nuova bioeconomia europea. La nascita dell’EBCA segna dunque un passaggio simbolico e politico importante: la bioeconomia non è più solo un tema ambientale, ma un progetto industriale e culturale condiviso. È una visione che attraversa i confini per conciliare crescita, benessere e sostenibilità, e che mira a costruire un’Europa più forte, più coesa e più competitiva.
Legno all’aperto

Come sceglierlo e proteggerlo dall’acqua Il legno è uno dei materiali più antichi e versatili usati dall’uomo, capace di trasformarsi in mobili delicati o in strutture imponenti. Ma quando “vive” all’aperto, tra pioggia, rugiada e umidità, non tutti i legni si comportano allo stesso modo. Alcuni resistono, altri invece rischiano gonfiamenti, deformazioni o macchie. Questo perchè non tutti i legni sono naturalmente impermeabili. Noce, ciliegio, faggio, acero e betulla tendono a soffrire l’umidità e quindi sono poco indicati per essere impiegati negli esterni o pavimentazioni soggette a pioggia e variazioni climatiche. Legni che sfidano l’acqua Alcuni legni, invece, mostrano grande resilienza: Perché l’acqua è un nemico per il legno L’acqua può infiltrarsi nelle fibre, causando rigonfiamenti, crepe o deformazioni. Può macchiare e scolorire la superficie, oltre a favorire la formazione di muffe e funghi. Questi ultimi non solo danneggiano l’estetica, ma possono diventare un problema di salute, soprattutto per chi soffre di allergie. Per questo diventa importante proteggere il legno con oli, vernici e sigillanti Anche i legni più resistenti beneficiano di trattamenti protettivi: La pulizia regolare, poi, con panni umidi e detergenti delicati previene accumuli di sporco e umidità. Oli e vernici vanno riapplicati periodicamente: gli oli ogni 6-12 mesi, le vernici ogni pochi anni, a seconda dell’esposizione. Anche il miglior legno resiste poco se trascurato. Legni da evitare in ambienti umidi I legni teneri non trattati, come pino, faggio o abete, tendono a deformarsi rapidamente. I legni laminati, pur economici, assorbono facilmente l’umidità tra gli strati e rischiano rigonfiamenti. In esterni o in condizioni di forte umidità, è meglio scegliere specie naturalmente resistenti e abbinarle a trattamenti protettivi. Con la giusta combinazione di materiali, trattamenti e manutenzione, i legni possono sfidare le intemperie e restare belli per anni, portando calore e stile in giardini, terrazzi e balconi.